martedì 24 febbraio 2015

GAZZETTA, FOGLIO GUERRAFONDAIO E SCANDALISTICO

"Mi chiamo Elena Rosselli e sono l'insegnante della classe di canto della quale si è svolto il saggio domenica 8 u.s. nella sala parrocchiale di Sala Baganza.
Premesso che, tale sala ci è stata concessa e messa a disposizione molto gentilmente, e con un solo giorno di preavviso, dal parroco Don Giovanni, volevo esprimere totale sdegno per quanto scritto  e insinuato nell'articolo comparso sulla Gazzetta di Parma di oggi, in quanto ritengo che non si possano pubblicare fatti avvenuti senza prima verificarne la veridicità e le fonti, soprattutto considerando la delicatezza dell'argomento e la gravità delle accuse.
Posso confermare che le due "fidanzate" in questione, che hanno tutto il diritto di esserlo, non erano state assolutamente invitate all'evento, nè tantomeno sono cugine o parenti in alcun modo di qualcuno dei miei allievi.
Mi sento di esprimere totale solidarietà nei confronti di Don Giovanni, che si è semplicemente sentito in dovere di proteggere e difendere la vista dei molti bambini presenti alla festa, che si sono trovati loro malgrado ad assistere a scene a dir poco imbarazzanti!
L'amore è un diritto di tutti è come tale va protetto e difeso, ma di certo non può essere distorto a proprio piacimento per giustificare comportamenti di ostentato esibizionismo e strumentalizzato in finte battaglie civili o presunte tali".
                   In fede Elena Rosselli  

Non credo siano molti, nel mondo, i quotidiani attualmente più sputtanati della Gazzetta di Parma, meglio conosciuto - e goliardicamente sfottuto - in città e provincia come "giornale dei morti".
Nell'ultimo decennio della sua monarchica direzione molossiana (tramandata di padre in figlio, come la dinastia nordcoreana dei Kim) ha toccato veramente il fondo, dilapidando quel poco di autorevolezza, di serietà e di credibilità faticosamente acquisiti nei precedenti due secoli e mezzo di monopolistica esistenza.

Chiariamoci subito. Non che sia mai stato, questo foglio, un campione della stampa libera o libertaria. Al contrario, con "diabolica" perseveranza ha sempre mantenuto nei secoli, fino ad oggi, la sua originaria funzione di foglio degli annunzi legali dei padroni della città, acquisita al tempo delle sue prime uscite murali, quando rendeva edotti i sudditi degli editti, dei decreti e delle grida dei Duchi di Parma.

La moderna "vocazione" di "servile sudditanza" del foglio mortuario, che oggi viene stampato in via Mantova, nei confronti dei regnanti di turno fu raffigurata in modo  mirabilmente significativo da Giuliano Molossi nel suo editoriale, scritto in occasione della caduta in disgrazia di Calisto Tanzi che, come ben si sa  (e si sapeva), fino al suo arresto, fra il Natale e il capodanno 2003 per il crac Parmalat, teneva saldamente in mano le redini non solo della finanza (a capo delle due maggiori banche parmigiane aveva posto il suo commercialista e un suo dipendente) ma anche delle istituzioni politiche e amministrative della città, vergognosamente asservite (non solo nell'era ubaldiana) ai "desiderata" di lor signori.
Con coraggio e "sprezzo del pericolo" (Tanzi era rinchiuso in San Vittore) scriveva Molossi in quello che diventerà noto come il "discorso della montagna n 2" (dopo quello di Gesù, Matteo 5,1-2): "Tutti noi sapevamo che Tanzi era seduto su una montagna di debiti che aumentava ogni giorno di più". Sapevano in Gazzetta, ma tacevano e sul foglio mortuario continuavano ad essere magnificati, fino al momento del crac, i bilanci di una Parmalat decotta che proseguiva a truffare i risparmiatori rastrellando, con la complicità delle bache, denaro buono in cambio dei famigerati bond carta straccia.
Da rilevare che col crac Parmalat ha cominciato ad entrare in crisi il descritto rapporto di sudditanza della politica alla imprenditoria.Una Crisi che ha raggiunto il suo apice con il rifiuto del sindaco Vignali di portare  a termine  il folle progetto della metropolitana, scatenando le ire del costruttore Pizzarotti e il contemporaneo blitz giudiziario che ha portato alla caduta della amministrazione vignaliana.

La successiva vittoria della scalcinata compagine grillina nelle elezioni comunali della primavera 2012 contro i candidati confindustriali Ubaldi e Bernazzoli ha per la prima volta messo in luce la totale incapacità del foglio confindustriale di influenzare il risultato elettorale e, di conseguenza, la perdità di credibilità e la fuga dei lettori.
Da qui lo sfrenato ricorso alle storiche  tre "S" che da tempo immemorabile alimentano la stampa scandalistica: soldi, sangue e sesso. Ed ecco allora affiancarsi sempre più spesso al protagonismo del dio denaro, tradizionale cavallo di battaglia di questo foglio che sugli affari dei suoi padroni ha costruito le proprie fortune, fatti di sangue e di sesso, per stimolare gli istinti più retrivi e voyeristici dei propri lettori, annoiati e non più appagati ed eccitati dalla semplice lettura dei necrologi, sia pure resa più accattiavante dal look sorridente e variopinto di alcuni dipartiti.

Ed ecco, allora, conquistare prepotentemente la prima pagina qualsiasi incidentucolo stradale che abbia portato in ospedale sanguinante almeno un ferito e il tifo da stadio per le guerre. Ultimo della serie quello dell'editorialista che ha sostituito il guerrafondaio principe "dimissionario" Pino Agnetti, che l'altro giorno mi ha fatto vomitare quando ho letto i suoi incitamenti e applausi a quel ministro di Renzi deficente che voleva mandare subito il nostro esercito in Libia, perché,  in preda a delirio tremens, se l'era fatta sotto dopo aver letto che i tagliagola dell'Isis volevano sbarcare in Italia e conquistare Roma e il Vaticano. Là del sangue ne scorrerebbe davvero a fiumi e il foglio mortuario si rivitalizzerebbe  non poco, soprattutto se venisse sgozzato qualche soldato parmigiano.

Quanto al sesso acchiappalettori, basta andarsi a leggere la lettera della signora Elena Rosselli che introduce questo mio scritto.
Ce l'ha indirizzata l'insegnante di Sala Baganza che si scaglia contro il foglio funerario degli industriali di Parma, esprimendo "totale sdegno" per l'articolo da esso pubblicato il giorno precedente col quale si inventa e monta uno scandalo sessuale, accusando di omofibia il parroco che ha allontanato dalla sala, nella quale si svolgeva un saggio di una scolaresca, una coppia di lesbiche che si esibiva in effusioni di vario genere di fronte a dei bambini.    
          
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I CRAC “GEMELLI” PARMALAT E COOP DI VITTORIO

Quando nei giorni scorsi l'ex vigile urbano del Comune di Fidenza Renato Casetti mi è venuto a raccontare, sconsolato, l' incredibile (per lui, non certo per me) esito della sua denuncia nel 1989 alla Procura di Parma degli intrallazzi fra politici della sua Amministrazione e politici (che poi erano più o meno gli stessi) della cooperativa "rossa" Di Vittorio - oggi agli onori della cronaca per un crac finanziario, simile, anche se, ovviamente, in formato ridotto, a quello della Parmalat - ho subito pensato che la sua triste vicenda giudiziaria fu proprio la prova generale del successivo "insabbiamento", in Tribunale, dello scandalo dei ragionieri di Collecchio, quando, qualche anno dopo, nel 1994, anche quello arrivò in Procura sul tavolo del medesimo pubblico ministero, il Brancaccio.

Due scandali "gemelli" - con migliaia di cittadini truffati dei risparmi di una vita - che avrebbero potuto essere evitati se la Procura della Repubblica di Parma (in quell'epoca comandata da Giovanni Panebianco e dominata da Francesco Saverio Brancaccio) fosse intervenuta dopo essere stata messa a conoscenza, con formali denunce, delle gestioni "anomale" che porteranno poi le due società ai relativi tracolli finanziari.
Nel caso della multinazionale del latte furono alcuni senatori diessini a presentare una interrogazione parlamentare, inviata al dottor Brancaccio, con la quale  informavano il Sostituto Procuratore dei finanziamenti "facili" ottenuti dalle società di Calisto Tanzi dalle due banche cittadine Cassa di Risparmio e Bancamonte, ai cui vertici lo stesso cavaliere (allora potentissimo incontrastato numero uno della imprenditoria parmense) aveva piazzato due suoi uomini di fiducia: nella prima il suo commercialista Silingardi e nella seconda il suo direttore finanziario.

Come detto è l'anno 1994 quando l'interrogazione parlamentare arriva a Brancaccio e questi conferisce - con encomiabile diligenza e solerzia -  al commercialista parmigiano Mario Valla l'incarico formale di effettuare una perizia sulla

situazione finanziaria del colosso di Collecchio. Valla si mette diligentemente al lavoro e butta giù una relazione per il procuratore dalla quale emerge lo stato prefallimentare di Parmalat e della galassia delle sue società partecipate. Una fotografia dello stato disastrato delle finanze delle società di Tanzi, che arriva sul tavolo di Brancaccio nell'aprile 1997, senza però turbare più di tanto il magistrato che, un paio di mesi dopo, chiede l'archiviazione al Gip Adriano Padula il quale, ancor meno turbato del collega, concede l'archiviazione senza fiatare e senza nulla obiettare. Una archiviazione che consentirà poi ai "ragionieri" della Parmalat di sbizzarrirsi nella loro finanza creativa e inondare il mercato dei famosi bond carta straccia che sei anni dopo getteranno nella disperazione migliaia di famiglie quando si renderanno conto di avere perduto - con la fattiva complicità delle banche (al corrente dei bilanci fasulli) - i risparmi di una vita.
Si scoprirà poi che proprio in quei mesi del 1997 - a cavallo di quella archiviazione - la Cassa di Risparmio di Silingardi cominciava a concedere - ad alcuni magistrati del Tribunale di Parma - denaro al tasso incredibile del prime rate diminuito di un punto. Una concessione che puzzava di bruciato, anch'essa dal contenuto molto "creativo", visto che non si trattava di una convenzione normale aperta a tutti i giudici del Tribunale, ma  una speciale elargizione ad personam solo ad alcuni di essi e ad ad alcuni altri importanti pubblici funzionari. E - ma sarà solo stato un caso - fra i fortunati beneficiati da quel denaro a basso costo vi erano anche il Brancaccio e il Padula, cioè i due autori della archiviazione della interrogazione dei senatori diessini. Entrambi costoro, poi, saranno "attenzionati" (anche grazie ai nostri solleciti) dal Csm che comminerà ad essi condanne (confermate poi dalla Cassazione) al trasferimento d'ufficio: a Brancaccio dalla Procura di Parma perché aveva continiuato a dirigere il "processo truffa" contro la nostra stampa libera, nonostante i suoi rapporti ravvicinati con la Cassa di Risparmio; e a Padula da quella di Cremona, per i viaggi da "portoghese" con la Parmatour di Tanzi. 

E ora torniamo alla Di Vittorio. Le sconsolate rivelazioni dell'ex vigile del Comune di Fidenza Renato Casetti mi hanno fatto pensare, come detto, che un insabbiamento "gemello" sia stato messo in pratica qualche anno prima, riguardo proprio allo scandalo, "politico - finanziario", di questa coopertativa recentemente dichiarata fallita dal tribunale di Parma. In quel caso la denuncia dettagliata al Brancaccio di quello che accadeva non fu portata da dei parlamentari, ma da un semplice onesto cittadino che, nell'esercizio delle sue funzioni di vigile urbano, aveva scoperto indicibili "altarini.
Anche il suo esposto fece la stessa fine che sarà poi riservata alla interrogazione parlamentare sui rapporti incestuosi della Parmalat con le "sue" due banche cittadine. Una archiviazione in piena regola che permetterà anche a questa cooperativa - che avrebbe dovuto semplicemente occuparsi di procurare un alloggio popolare, a basso canone, a persone a basso reddito che non potevano permettersi il libero mercato -  di trasformarsi in una banca alla quale i soci avrebbero potuto conferire i loro risparmi fidandosi di contabilità e bilanci taroccati che facevano apparire la cooperativa in buona salute finanziaria. Anche per queste famiglie il "risveglio" è stato analogo a quello dei risparmiatori della Parmalat: anche i loro denari spariti, finiti chissà dove e chissà in quali tasche.

Fine della favola. Anzi no. Mi rimane solo da dire che il vigile Casetti riceverà anche un... "premio speciale"  dallo Stato per avere fatto il suo dovere nell'esercizio delle sue funzioni: un paio di anni dopo, infatti, il Tribunale di Parma lo ha condannato per avere diffamato quei politici (l'intera Giunta del Comune di Fidenza) intrallazzati con la coop. Di Vittorio. Nei suoi scritti aveva infatti osato sostenere (ovviamente una stratosferica menzogna che non stava nè in cielo nè in terra) che esisteva un "complesso sistema  politico - affaristico che governava Fidenza".
E con lui quella giustizia che aveva vigliaccamente chiuso gli occhi su uno dei più grossi scandali dei colletti bianchi (o per meglio dire "rossi") parmensi,  era stata giustamente inesorabile.
Rimane solo da ricordare, cari lettori, che fra i giudici che avevano giustamente condannato il pericolosissimo "delinquente" Casetti - reo di avere cercato di portare alla luce uno scandalo che ora riempiedi disperazione centinaia di famiglie di Fidenza e dintorni, vi era anche un certo Roberto Piscopo che poi farà carriera e diventerà presidente addirittura di due tribunali: quello di Reggio Emilia e quello di Parma.
E anche lui, manco a dirlo, era uno dei giudici che aveva la fortuna di potere attingere, in quegli anni, insieme alla moglie e alla figlia, ai denari della Cassa di Risparmio di Silingardi al tasso agevolatissimo del prime rate diminuita di un punto.



martedì 3 febbraio 2015

GLI INSULTI ALLA MAMMA E I PUGNI DI FRANCESCO

Mi piace poco, cari lettori, scrivere sia di questioni nazionali (che ripropongono a lettere maiuscole e con la cassa di risonanza delle ormai insopportabili trasmissioni televisive praticamente a reti unificate i teatrini locali della politica), sia i fatti internazionali, preferendo, come ben sapete, non sottrarre spazio casereccio nelle poche, ma intense, pagine di questo nostro settimanale.
I fatti di Parigi dello scorso 7 gennaio con l'uccisione dei vignettisti di Charlie Hebdo e di clienti di un supermercato ebraico, non possono rimanere senza commento e senza condanna.

Chi mi conosce, però, sa che io non posso unirmi a tutti coloro che nei giorni successivi hanno seminato odio puntando il dito contro l'Islam e le comunità islamiche che pacificamente da decenni  sono entrate a far parte, a pieno titolo e con pieno reciproco vantaggio, del tessunto economico e sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Non posso unirmi, tanto per non fare nomi, agli improperi contro la religione islamica e contro i musulmani vomitati sul foglio mortuario degli industriali di Parma dal direttore e dall'editorialista massone che, mi dicono, avrebbero evocato il pugno di ferro (interventi armati?) contro gli "invasori" coranici e invocato misure restrittive delle libertà in un Paese come il nostro dove come minimo tutti siamo intercettati giorno e notte.

Commento, invece, i fatti di Parigi unendomi alle parole di un papa che mi piace sempre più e che l'altro giorno, dopo aver chiarito che non si può uccidere mai in nome di Dio e affermato che l'irrisione della fede altrui è sbagliata, ha concluso dicendo: «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno».  Così come io, cattolico laicizzato, sarei profondamente offeso e indignato se un vignettista raffigurasse Gesù come quelli del Charli Hebdo hanno raffigurato Maometto (ad esempio a chiappe aperte, sodomizzato) ben comprendo come milioni di islamici siano rimasti offesi e turbati da rappresentazioni di questo tipo del Profeta su cui si basa la loro religione.
Anche la satira, quindi, deve avere questo limite invalicabile: quello di non offendere mai la mamma (o il papà) degli altri: e per noi Gesù Cristo e per gli islamici Maometto sono mamma e papà, cioè la fonte della nostra e della loro esistenza.

Detto questo, ritengo però che la satira c'entri poco e nulla con il terrorismo che ha insanguinato Parigi. Le radici di quell'odio così profondo fino alla soppressione di vite umane non può essere ricercata in alcuni disegni. Ma piuttosto nelle centinaia di migliaia di morti e nelle distruzioni che gli eserciti occidentali hanno seminato nel mondo arabo dopo gli attentati alle torri gemelle dell'11 settembre 2001.Per essere più chiaro, ritengo che le migliaia di potenziali terroristi sparsi per il mondo che metteranno in pericolo le nostre vite e quelle dei nostri figli nel prossimo futuro, siano figli di Bush e di quegli sciagurati governanti occidentali (italiani in testa) che hanno seguito quel presidente americano assetato di sangue nella destabilizzazione del Medio Oriente in nome di una guerra preventiva che, sfruttando la paura procurata nelle nostre popolazioni da quegli attentati, ha eliminato un dittatore (mi riferisco a saddam Hussein) che per nostro conto teneva a bada gli estremisti e i fondamentalisti e che, unico esempio in quell'area, permetteva ai cristiani di professare liberamente la propria religione.

Dopo la "liberazione" dell'Iraq, noi sciagurati, abbiamo anche "liberato", a un tiro di schioppo da casa nostra, la Libia. Altro Stato, guarda caso, dove i pozzi di petrolio sono più numerosi di quelli acquatici. Una "liberazione", questa, voluta dai francesi che non sopportavano i rapporti economici privilegiati intrattenuti dall'Italia con Gheddafi.E, incredibile a dirsi, anche a questa "liberazione" non ci siamo accodati, come sempre, per paura di perdere il posto al tavolo del vincitore.
Grazie a questi nostri lungimiranti governanti, quindi, anche noi italiani siamo in pericolo. E certamente non per le nostre radici cristiane ma per avere partecipato in giro per il mondo a uccisioni e  distruzioni in nome di una civiltà remota e di una democrazia da esportare che non sono altro che le foglie di fico con le quali il nuovo imperialismo occidentale cerca di coprire le ragioni vere, quelle politiche ed economiche, che ci portano a procurare lutti e distruzioni durante le nostre "missioni di pace".           


venerdì 23 gennaio 2015

GIULIANO MOLOSSI, UN GIORNALISTA PER TUTTE LE STAGIONI

Ne è passata molta, cari lettori, di acqua sotto i ponti della Parma -  nel frattempo aumentati con la criminale costruzione di quello a Nord, abusivo, dei "fantasmi" (che non si comprende come non sia stato ancora "attenzionato", quanto meno dopo il recente straripamento del torrente proprio in quel punto,  dalla attivissima Pm anticorruzione Paola Dal Monte e non sia ancora finito in galera nessuno di coloro che lo hanno ideato, progettato e costruito) da quegli anni nei quali il signor Giuliano Molossi agiva da agente fiancheggiatore, fomentatore e ispiratore di quella portentosa macchina da guerra frettolosamente allestita fra via al Ponte Caprazucca (Unione Industriali) e piazzale Corte d'Appello (Tribunale e Procura) per debellare la nostra stampa libera che improvvisamente - sul finire del secolo scorso - era apparsa nelle edicole denunciando i copiosi affari privati coi soldi pubblici dei signorotti della città (col benestare dall'Autorità Giudiziaria) e minacciando un bisecolare monopolio della informazione o, per essere più precisi, della disinformazione, del loro foglio mortuario, alias Gazzetta di Parma.

 Ne è passata molta di acqua sotto i ponti da quando fra via al Ponte Caprazucca e Piazzale Corte d'Appello fu frettolosamente  messa in piedi una cooperativa che aveva allestito in fretta e furia una perfetta macchina del fango. Praticamente una catena di montaggio della denigrazione per eliminare la nostra stampa libera, unico ostacolo alla colonizzazione dei vari enti pubblici (Comune e Provincia in testa), alla mercé degli interessi confindustriali, in primis dei cementificatori della città.
I padroni del Molossi ci denunciavano a raffica alla compiacente Autorità Giudiziaria (in realtà una cozzaglia di sedicenti magistrati che abbiamo poi appreso essere quasi tutti prezzolati dalla Cassa di Risparmio di Silingardi), la quale, con tutti i crismi e i timbri della legalità assumeva i provvedimenti più duri rinvenuti dentro (e fuori) i codci: condanne, perquisizioni, sequestri. E poi entrava in funzione lui, il Molossi, nella veste di spargitore del fango, specializzato tramite il fogliaccio confindustriale oltre che nell'elargire lodi sperticate ai potenti e ai loro sodali, nello sputtanare chi cercava di opporsi alla loro prepotenza.     

La sua maestria nello spargere fango su di me raggiunse l'apice quando cercarono di mettermi il bavaglio con due provvedimenti giudiziari vomitevoli, degni delle migliori repubbliche delle banane, senza precedenti, dopo la caduta del ventennio fascista, nei confronti di un giornalista. Il primo doveva rappresentare il decisivo colpo al cuore con la definitiva chiusura di questa nostra "Voce di Parma" che, fra lo stupore generale (e la rabbia di lor signori), ero riuscito a fare uscire nelle edicole, praticamente senza soliuzione di continuità, dopo il blitz poliziesco giudiziario che aveva portato alla distruzione del "Giornale di Parma". Il Gip Padula mi sospese dall'Ordine dei  Giornalisti per due mesi su richiesta del Pm Gigliotti per "reiterazione del reato di diffamazione" a seguito di due querele (guarda caso la prima di Guido Barilla e la seconda di Marco Rosi) reo di avere svelato ai parmigiani lo scandalo dei fondi neri della Gazzetta di Parma ("insabbiato" ovviamente dal Tribunale) con i quali Giorgio Orlandini, direttore dell'Unione Parmense degli Industriali, foraggiava - tramite bustarelle -  politici e amministratori locali e nazionali, ricevendo in cambio appalti pilotati alle sue imprese. Il Molossi celebrò l'evento titolando trionfalmente: "Castellini non può fare il giornalista". L'euforia, i brindisi e i festeggiamenti in "cooperativa", però, durarono poco perché la nostra "Voce" continuò a uscire nelle edicole grazie a un bravo e coraggioso (di fegato ne occorreva non poco in quel periodo per tenere in piedi questo nostro giornale contro la furia "omicida" di questa macchina da guerra allestita per annientarci) giornalista napoletano, Maurizio Esposito, che mi sostituì alla direzione del giornale.

Il secondo provvedimento  di stampo fascista - anche questo adeguatamente pubblicizzato dal Molossi -  fu la mia incriminazione (seguita poi da una duplice condanna, una ad Ancona e una a Parma) per ricettazione nel cosiddetto "processo truffa".  Alla cooperativa del fango industrial - giudiziaria occorreva denigrarmi con un reato infamante. E il Molossi si guardò bene dal chiarire - anche nell'interesse della categoria giornalistica a cui lui stesso apparteneva (ma evidentemente sapeva che a Parma in Tribunale lui non correva alcun rischio del genere) -  che si trattava di "ricettazione di notizie" (la pubblicazione di estratti conto di un prefetto e di due magistrati)  e quindi di un reato inesistente nel codice penale italiano, come poi sanciranno, dopo molti anni, all'unisono, le Corti d'Appello di Ancona e di Bologna annullando le due condanne staliniane.
Ne è passata da quei tempi di acqua sotto i ponti della Parma. E noi, cari lettori, a dispetto di quella cooperativa industrial-giudiziaria che agiva in simbiosi mutualistica, siamo ancora qui, dopo tre lustri, a denunciare gli scandali e gli affari che i poteri forti continuano con pervicacia a fare a danno  dei cittadini, continuando a intrallazzare con quei politicanti che la rivoluzione popolare "grillina" ci aveva illuso fossero stati scacciati dai palazzipubblici per sempre.
Siamo ancora qui, miracolosamente in piedi, ancora, purtroppo per loro,  con la schiena dritta, dopo avere pazientemente visto passare sulla Parma - come ci hanno insegnato i cinesi -  molti cadaveri di coloro che ci volevano distruggere.

Ho visto passare Adriano Padula, il giudice che mi aveva sospeso dall'Ordine dei Giornalisti, con in mano una condanna del Csm (cacciato anche da Cremona perché città troppo vicina a Parma) per essere stato foraggiato da Calisto Tanzi (uno dei padroni del Molossi) con i viaggi gratis della Parmatour. Ho visto passare Francesco Saverio Brancaccio, nero dalla rabbia per essere stato mandato via da Parma per i soldi presi dalla Cassa di Risparmio mentre pilotava sotto banco il  "processo truffa", iniziato lo stesso giorno in cui lui incassava dalla banca quasi 200 milioni di lire a titolo di transazione a "luci spente" di una causa civile strumentale intentata a seguito della pubblicazione dei suoi estratti conto.
Ho visto passare l'allora presidente del Tribunale Lanfranco Mossini - che aveva raccolto lefirme in Tribunale per una incredibile richiesta di tutela al Csm contro la nostra stampa libera - mentre si recava a Salsomaggiore dal giornalista Antonio Baroni a supplicarlo di prendere il mio posto alla direzione del Giornale di Parma.

Ho visto passare Giovanni Panebianco, capo della Procura, con in mano un foglio di via, "invitato" dal Csm a togliersi di mezzo dopo il suo rinvio a giudizio a Firenze con Silingardi per corruzione in atti giudiziari e falso.
Ho visto un altro giudice che, appena arrivato a Parma, mi aveva confezionato un altro processo staliniano (anche questo annullato in Corte d'Appello), passarmi davanti, cadavere davvero, perché si era fatto saltare le cervella. Ho visto transitare sull'acqua, con le manette ai polsi, l'ex presidente della Cariparma Luciano Silingardi, elargitore di denaro a buon mercato (prestiti al tasso del prime rate diminuito di un punto) ad alcuni giudici, guarda caso tutti molto attivi nella coopertaiva industrial-giudiziaria che avrebbe dovuto distruggere la nostra stampa libera, con in tascauna condanna definitiva per bancarotta e associazione per delinquere.
 Molossi, invece, è ancora lì, sempre uguale, inossidabile.
Un giornalista per tutte le stagioni. In questi tre lustri lo abbiamo visto magnificare le gesta dei due sindaci che hanno portato Parma alla rovina. Prima al servizio propagandistico della "città cantiere" di  Elvio Ubaldi, ruolo nel quale sfiorò addirittura la genialità quando pubblicò le pagelle entusiaste dei parmigiani, facendo poi ridere tutta la città quando si scoprì che il "sondaggio" era un tarocco, frutto di tremila tagliandi ritagliati dal foglio mortuario confindustriale tutti compilati da un soggetto goliardico che poi fu premiato con un assessorato da Vignali. E poi, sulla stessa lunghezza d'onda, i  rapporti camerateschi con Vignali, prima della sua caduta in disgrazia per lo "sgarro" della metropolitana al re del cemento parmigiano. Basta dare un'occhiata alle intercettazioni per vedere come i due fossero in sintonia al punto di scegliere insieme anche i direttori degli altri giornali.

E c'è da dire che anche con l'attuale sindaco, dopo lo schok subito per la mancata elezione deicandidati confindustriali Ubaldi e Bernazzoli, il rapporto pare essersi ripristinato sugli antichi standard.
Molossi, quindi, è ancora lì e sempre pronto ad attivare la sua macchina del fango. La condanna che gli hanno rifilato la scorsa settimana in Tribunale per violazione della privacy di una prostituta (non è la prima volta, tra l'altro,  che incappa in simili censure: nel 2009 fu condannato in sede disciplinare dall'Ordine dei Giornalisti di Milano per avere rivelato la condizione di figlio adottivo del fratellino del piccolo Tommy) mi fa però pensare - e sperare - che non siano più molti i giudici a volere entrare in quella coopertaiva spargifango  che, lungi dall'aver ottenuto la distruzione di questo nostro piccolo grande giornale (come si può toccare con mano leggendo queste mie righe) ha procurato qualche danno a qualcuno (non a  tutti, purtroppo, ma noi, come i cinesi, siamo sempre lì a guardare quello che passa lungo il torrente) di quei sedicenti magistrati che hanno in realtà gettato fango sulla loro toga  e tradito il giuramento di fedeltà allo Stato per perseguire bassi interessi di bottega. 



venerdì 9 gennaio 2015

VIAGGIO IN GIAPPONE A NOSTRE SPESE

In merito alla trasferta di Pizzarotti e Casa in Giappone e alle dichiarazioni rilasciate dagli stessi nella conferenza stampa, segnalo che come gruppo PD abbiamo inviato oggi stesso segnalazione alla Procura della Corte dei Conti, sezione di Bologna. La trasferta all'estero dei due amministratori e di un dipendente e le relative spese di viaggio non risultano infatti essere state autorizzate da alcun atto, come prevede la legge. La spesa sostenuta per il viaggio e il trasporto di materiale promozionale appaiono inoltre spese improprie che non trovano giustificazioni nelle funzioni e nei fini istituzionali dell'ente Comune
           Nicola Dall'Olio

 Una volta tanto, cari lettori, mi trovo perfettamente d'accordo con il capogruppo Pd in Consiglio comunale Nicola Dall'Olio e lo ringrazio per avere segnalato alla Corte dei Conti il viaggio in Giappone di Pizzarotti e i diecimila euro prelevati dalle tasche dei cittadini per promuovere - a suo dire - i prodotti della food valley parmigiana. Barilla in testa.
La prossima volta che il signor Pizzarotti intende andare in giro per il mondo a promuovere i prodotti della Barilla o di altre ditte parmigiane, si prenda le ferie e ci vada coi suoi soldi o con quelli di questi  imprenditori beneficiati dalla sua iniziativa che a me poco importa sia stata o no autorizzata dalla Giunta Comunale.
Ho già scritto più volte sulle colonne di questo giornale che quando nella primavera 2012 i parmigiani (me compreso) decisero di nominare questo "signor nessuno" sindaco di Parma, dopo quasi tre lustri di sciagurate amministrazioni ubaldiane, prone alla volontà e agli interessi dei poteri forti (Unione Industriali e banche in testa) lo fecero credendo alle dichiarazioni di totale cambiamento urlate in piazza della Pace da Beppe Grillo.

 Non certo per mettere sulla poltrona di primo cittadino un sosia dei precedenti sindaci che, come avevamo già intuito e capito e come abbiamo toccato con mano visionando le interecttazioni della grande inchiesta giudiziaria "Public Money", non muovevano foglia, in città, senza avere prima ottenuto il placet dai piani alti del palazzaccio di via Al Ponte Caprazucca.
Dobbiamo però ora prendere atto del fatto non solo che il Pizzarotti si sia totalmente appiattito sugli interessi di "lor signori", come appare evidente dalla politica portata avanti dalla sua amministrazione di riversare sui cittadini - soprattutto i meno abbienti - il ripianamento del debito nascosto ai bilanci comunali taroccati e sapientemente occultato nelle scatole cinesi (alias società partecipate), anziché rifilarlo ai soggetti (imprenditori e banche) che lo avevano prodotto e che negli anni della grandeur ubaldiana hanno tratto grandi profitti dai grandi scandali (tangenziale sud, Spip, Duc, Ponte Nord, tanto per fare solo alcuni esempi).
Ma addirittura (la gita in Giappone lo insegna) come sia diventato più realista del re quanto a sottomissione ai citati poteri forti, superando i suoi predecessori che non mi risulta si siano mai spinti ad assumere il ruolo di venditori per conto terzi, portandosi dietro i prodotti da vendere (poco importa che fossero della Barilla o di altre ditte), anch'essi addebitati, insieme al costo delle trasferte agli ignari nostri concittadini.

Spiace che uno come lui che è stato chiamato a furor di popolo a voltare pagina rispetto alle passate politiche dello sperpero, dei grandi eventi, delle opere faraoniche, del superfluo, delle assunzioni clientelari e parentali, non abbia capito che buttare alle ortiche anche  solo diecimila euro (un niente, sia ben chiaro, rispetto alle decine di milioni sputtanati da Ubaldi per il ponte nord abusivo sulla Parma utile solo  per rimpinguare le casse del cementificatore di via Adorni) in un momento come questo rappresenta un insopportabile insulto a migliaia di parmigiani che vivono il dramma della povertà assoluta, della disoccupazione, del precariato giovanile, di malattie che non si possono curare per non sottrarre denaro al cibo quotidiano.
Rimanendo in questo tema dello sperpero di denaro pubblico, dopo avere elogiato Dall'Olio per avere denunciato il sindaco per la gita giapponese,
gli sarei grato di interessarsi anche - magari presso il suo compagno Iotti, prima che vada a fare il consigliere in Regione a Bologna - di farci sapere che fine ha fatto la commissione di inchiesta sui debiti ereditati da Pizzarotti dalle precedenti amministrazioni. Una commissione d'inchiesta, dominata dai grillini e presieduta da Iotti, che rischiò addirittura di avere fra i propri componenti Elvio Ubaldi: come mettere una volpe a guardia del pollaio.
Sono convinto che se questa commissione aprirà effettivamente, come promesso, gli armadi e tirerà fuori gli scheletri, Dall'Olio avrà ancora molto da scrivere per la Corte dei Conti di Bologna.

LO SPIFFERAIO MAGICO

Ricordate, cari lettori, la fiaba germanica del "Pifferaio magico" che prima attira col suo flauto 

 tutti i ratti della città di Hamelin  facendoli annegare e poi, non venendo pagato dal sindaco ingrato, attua la grande vendetta, attraendo, allo stesso modo, tutti i bambini della città, segregandoli dentro a una grotta? Mi è venuta in mente ieri mattina quando Beppe Grillo, a Roma per presentare il referendum anti euro, ha definito la fronda parmigiana di Pizzarotti non una corrente, ma uno "spiffero".
Un modo come un altro di minimizzare e smorzare con una battuta il grande clamore mediatico -artatamente costruito dal vigente regime politico marcio e putrefatto, atterrito dalla potenzialità  rivoluzionaria del movimento grillino - attorno ad un evento di infimo livello e di scarsa partecipazione, come il patetico raduno di grillini "scomunicati" organizzato la scorsa domenica dal megalomane sindaco di Parma.

Grillo ha abitato in Borgo delle Colonne per alcuni anni al tempo dell'Università e sa che in questa  nostra città la grandeur è una malattia infettiva, retaggio del lontano ducato marialuigesco, che sconvolge spesso le menti degli amministratori. Sa che prima di Pizzarotti Parma è stata portata sull'orlo del baratro finanziario   da un sindaco come Elvio Ubaldi che, credendosi la reincarnazione della moglie di Napoleone, ha costruito ponti faraonici sulla Parma (uno, quello a Nord, addirittura abitato, ma solo dai fantasmi), ciclopiche passerelle ciclopedonali sulla via Emilia e ideato - sogno rimastogli per nostra fortuna  nel cassetto -  una metropolitana che avrebbe dovuto servire una città che, di lì alla fine dei lavori, sarebbe diventata una metropoli, triplicando in modo conigliesco gli abitanti, dai centocinquantamila al mezzo milione.
Ben conoscendo questa sindrome parmigiana della "petite capitale", quindi, il Beppe nazionale mostra di non preoccuparsi troppo della favola "spifferata" dai Tg nazionali ad ogni ora del giorno e della notte, di un Pizzarotti che vuole fargli le scarpe, ponendosi, lancia in resta, alla testa del Movimento pentastellato. E mi viene da pensare che lo "spiffero" giunto a Genova da Parma la scorsa domenica più che turbarlo lo abbia divertito.

Beppe Grillo è infatti un uomo di spirito, avendo passato tutta la vita, dopo l'espulsione dalla televisione di Stato,   a far ridere la gente. Deve quindi essersi  molto divertito, domenica scorsa, quando le televisioni nazionali - collegate in diretta, a reti unificate, con Parma per seguire l'evento della "convention anti Grillo organizzata dal sindaco  dissidente Pizzarotti" - hanno  in tempo reale dato la notizia della "richiesta schok" della deputata bolognese Giulia Sarti, di togliere il suo nome dal simbolo del Movimento 5 Stelle.
Deve essersi messo a ridere come un matto perché da quel raduno di rinnegati rancorosi poteva aspettarsi di tutto, ma non certamente  una sortita come quella che, quanto a comicità, superava forse tutte le sue trovate che da comico navigato mandavano in visibilio ilsuo pubblico.
Immaginate, cari lettori, come si metterebbero a ridere in casa Barilla se l'ultimo operaio assunto per confezionare i biscotti del Mulino Bianco con contratto a tempo determinato di venti giorni, prendesse la parola in una assemblea sindacale chiedendo che venga messa al voto la proposta di spostare Guido dal suo ufficio presidenziale alla portineria dello stabilimento di Pedrignano. Non verrebbe licenziato in tronco, riderebbero e basta.


Risibile, a mio avviso, anche l'affermazione di Nicola Dall'Olio, principale oppositore del sindaco in Consiglio Comunale nella sua veste di capogruppo Pd,  che Federico Pizzarotti "spende il suo tempo nella scalata interna al Movimento 5 Stelle". Sarebbe stato più serio che Dall'Olio avesse detto che il sindaco, anziché occuparsi della città e preoccuparsi di tener fede alle promesse elettorali "spende il suo tempo nel cercare di precostituirsi un futuro politico fuori dal Movimento 5 Stelle".
Non c'è alcun dubbio infatti che questo ex signor nessuno eletto sindaco di Parma grazie a Beppe Grillo è già virtualmente fuori da questo movimento e quindi nessuna scala può salire al suo interno. E ciò anche se Grillo non ha ritenuto di ufficializzare la sua estromissione con una espulsione che, diversamente da quella dei parlamentari (relegati al gruppo misto) non produrrebbe alcun effetto pratico. Pizzarotti, infatti, rimarrebbe sindaco fino a quando non fosse abbandonato dalla sua maggioranza in Consiglio Comunale che, salvo un paio di eccezioni (Nuzzo e Savani) ha finora dimostrato di fare quadrato attorno a lui. E Grillo non è così stupido da voler far cadere l'amministrazione parmigiana per consegnarla subito a Dall'Olio.
Ma i consiglieri grillini sono disposti a seguirlo fino in fondo?

Se infatti lo "spifferaio" che sta vivendo un momento magico, da prima donna, sotto gli occhi delle televisioni che lo stanno usando come strumento di sputtanamento del movimento grillino, non avrà difficoltà a trovare una collocazione (magari nel partito di Dall'Olio o in una sua dependence) alle prossime elezioni per il sindaco di Parma, quando Grillo candiderà un altro al posto suo, la stessa facilità di accasarsi da altre parti non vale per i grillini che in Consiglio Comunale sono complici di un "tradimento" elettorale che è sotto gli occhi di tutti. Fino a quando questi simpatici e onesti ragzzi continueranno a seguire Pizzarotti nella sua politica antipopolare e filoconfindustriale, in rotta di collisione con il programma del Movimento col quale si sono presentati agli elettori parmigiani?
Siamo certi che seguiranno il richamo dello "spifferaio magico" anche quando inevitabilmente (probabilmente in prossimità delle future elezioni) Beppe Grillo farà recapitare dal suo avvocato a Federico Pizzarotti il "foglio di via" con l'inibizione a usare quel simbolo del Movimento 5 Stelle dal quale la deputata "pizzarottiana" Giulia Sarti vuole asportare il suo nome, come fosse un brutto male?

giovedì 11 dicembre 2014

IN VINO VERITAS

Anche se adesso - a freddo - si lascia andare ai post funerei piagnistei di circostanza, l'irresponsabile (e cinico) commento a caldo del "bullo" fiorentino Matteo Renzi sullo "sciopero" degli elettori dell'altra domenica in Emilia Romagna rappresenta proprio il pensiero filosofico sulla democrazia di questo fenomeno (partorito in fretta e furia dalla politica italiana marcia e putrefatta) che, in pochi mesi, è riuscito a far resuscitare la "balena bianca" della Democrazia Cristiana, portando a compimento, vent'anni dopo, il sogno berlusconiano.

"Abbiamo vinto, l'astensione di due terzi degli elettori non é un problema è un fatto marginale", ha detto, più o meno, stordito dall'entusiasmo per avere fatto l'en plein nelle due regioni in cui si andava anticipatamente a votare. Come dicevano gli antichi "in vino veritas", la verità, cioè, è quella che viene fuori dalle bocche puzzolente ma sincere degli avvinazzati. E Matteo quando si è lasciato sfuggire  quella "bestemmia democratica" (messa in sordina dai tg-propaganda: si immagini quale castello di improperi ci avrebbero costruito sopra se a pronunciare quelle parole blasfeme fosse stato Beppe Grillo) era inebriato, in delirio, per il due a zero inflitto a babbo Silvio.
La storia si ripete in modo impressionante. Così come la politica marcia e putrefatta  dei primi anni novanta riuscì a fronteggiare e neutralizzare il "corpo estraneo" Bossi che catalizzò al nord  la protesta popolare del dopo tangentopoli con la "discesa in campo" di Berlusconi - truffaldinamente presentato dai media asserviti al sistema come il paladino del cambiamento (in effetti cambiò subito tutte le leggi che avevano consentito a vari Di Pietro di scoperchiare la cloaca del malaffare e i rapporti perversi fra politica e imprenditoria) - così ora quello stesso mondo politico, ancor più marcio e putrefatto di allora, è riuscito a inventare il "fenomeno Renzi" per fronteggiare e neutralizzare la protesta popolare sfociata nel 2012 nel "terremoto" di Beppe Grillo il cui movimento è risultato il primo partito italiano con il 25 per cento dei voti.

Un secondo "corpo estraneo" (dopo quello della Lega Nord di Bossi, prima della fusione per incorporazione a suon di euro, nella galassia berlusconiana) che andava rapidamente estirpato (o neutralizzato    con una sapiente campagna acquisti) prima che producesse danni irreversibili al sistema della artificiosa contrapposizione fra destra e sinistra finalizzata a tenere in piedi  la commistione della politica con gli affari. Ecco quindi l'invenzione del fenomeno Renzi. Con la cinica campagna acquisti di suffragi elettorali (molto labile il confine con il mafioso "voto di scambio") pagati con gli 80 euro a dieci milioni di elettori pochi giorni prima delle europee della scorsa primavera. E con il "patto del Nazareno" con Berlusconi atto a tenere in vita quella  "vacca italica" alle cui capaci mammelle i voraci politici di destra, di centro e di sinistra dal dopoguerra succhiano linfa che sarebbe vitale per i bisogni di tanti cittadini che sopravvivono andando a mangiare alle mense dei poveri, di milioni di pensionati che devono arrivare alla fine del mese con poche centinaia di euro, di milioni di giovani che non trovano lavoro,

Cosa c'è di più pericoloso, infatti -  per questo sistema politico che anche in un momento drammatico come questo è infestato da ladri e da corrotti e che non riesce fisiologicamente a fare a meno dei privilegi e non riesce a ridursi gli emolumenti da nababbi - di un Movimento politico come  quello di Beppe Grillo che restituisce allo Stato metà dello stipendio dei suoi parlamentari, dimostrando che con cinquemila euro al mese anche gli appartenenti alla casta possono vivere da privilegiati?
E' evidente che se non riesce a distruggere questa "eresia", questa "perversione" del dimagrimento della politica per dare un po' d'ossigeno a milioni di cittadini in difficoltà, sarà quel sistema stesso marcio e putrefatto ad essere spazzato via. Mi viene in mente, a questo proposito, quella notizia di qualche anno fa del sindacato di una località siciliana che chiese il licenziamento di un dipendente di un ente pubblico perché lavorava troppo e così facendo metteva in cattiva luce tutti i suoi colleghi che tutto il giorno bivaccavano in ufficio senza fare  un cazzo.

Altre  eresie da neutralizzare sono le norme contro il professionismo dei politici (massimo due mandati e poi tornare a casa al proprio lavoro) e il concetto di partecipazione popolare alla vita pubblica contenuti nel programma elettorale grillino.
Anche in tema di democrazia partecipata Matteo Renzi la pensa come babbo Silvio: meno gente va a votare, meglio è. Lo ha detto chiaramente, come abbiamo visto, a caldo, all'indomani dello sciopero elettorale - soprattutto contro il suo partito -  in Emilia. E lo sta dimostrando in questi suoi mesi di governo senza che nessuno lo abbia mai eletto, con la sua stabile occupazione delle emittenti televisive, con le sue quotidiane spacconate, con quel "io cambierò l'Italia" senza che nessuno abbia dato a lui il mandato per farlo e grazie a un parlamento di nominati e ad uno spropositato premio di maggioranza attribuito al suo partito da una legge elettorale chiamata "porcellum" e dichiarata incostituzionale.

Devo constatare, purtroppo, che a questa opera di denigrazione del movimento rivoluzionario di Beppe Grillo sta dando il suo attivo contributo il sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Costui, primo beneficiario del "sogno" rivoluzionario del comico genovese, non perde occasione di partecipare a trasmissioni delle varie tv, di Stato e non, che dal giorno della vittoria elettorale di due anni fa si sono poste al servizio del sistema politico (destra e sinistra unite) che ha ordinato il sistematico sputtanamento del Movimento grillino.
Ho più volte manifestato la mia personale delusione per l'operato del sindaco di Parma che non ha saputo o voluto imprimere una svolta rivoluzionaria in questa città da sempre ostaggio dei poteri forti (banche e Unione Industriali) e dei poteri occulti massonici. Questo sconosciuto signor nessuno, letteralmente insediato sulla poltrona di primo cittadino da Beppe Grillo, non ha mantenuto, nella sostanza, le promesse elettorali di cambiamento esternate davanti a una folla oceanica di migliaia di persone dal comico genovese.

E il primo concreto segnale di cambiamento sarebbe stato quello di far pagare l'enorme debito ereditato dalle scellerate amministrazioni ubaldiane, a chi (cementificatori e banche) aveva contribuito a realizzarlo. Solo in un caso ciò è accaduto (fallimento Spip)  grazie al tribunale e contro la volontà di Pizzarotti che avrebbe voluto caricare sui cittadini anche quei cento milioni di debito accomulato dalla società presieduta da Calestani con quei truffaldini passaggi di proprietà di terreni il cui valore lievitava a dismisura anche nel giro di poche ore. E' sicuro che in molti si sono arricchiti a Parma con questi trucchi vecchi come il cucco e non si comprende il perché il  sindaco volesse scaricare quella montagna di debiti sui suoi cittadini, così come sta facendo con le montagne di debiti nascosti dentro alle società partecipate per aggirare il patto di stabilità e continuare a costruire opere assurde della famigerata "città cantiere£ come i ponti sulla Parma, la passerella ciclopedonale sulla via Emilia, lo scempio di Piazza Ghiaia.
Da giorni le televisioni nazionali si danno un gran daffare per pubblicizzare l'adunata dei dissidenti grillini organizzata per domenica prossima dal sindaco Pizzarotti. Finora Federico non è riuscito a farsi espellere dal Movimento. Grillo non gli ha dato l'aureola del martire. Non so se finalmente ci riuscirà. Quello che è sicuro è che anche se si proclama "non dissidente" e anche se non è stato ancora espulso, Federico Pizzarotti è virtualmente fuori dal Movimento 5 Stelle e se vuole continuare  con la politica dovrà trovarsi una diversa collocazione.  Parma, 9 dicembre 2014