giovedì 30 aprile 2015
L'ULTIMA SPIAGGIA DELLA GAZZETTA. SOSTITUISCE I GIORNALISTI CON I GIORNALAI
Vi dico subito, cari lettori, che la notizia più clamorosa di questa settimana non è la scoperta della identità (a noi già ben nota) del pluriergastolano che ha cercato di salvare Tommaso Ghirardi dalle conseguenze (soprattutto penali) del tracollo finanziario del Parma Calcio, inguaiando i vertici della Guardia di Finanza. Nè l'ennesima boccata d'ossigeno che gli stregoni accorsi al capezzale dell'aeroporto hanno deciso di somministrargli, anziché staccargli definitivamente la spina. E nemmeno l'incredibile notizia, che mi auguro sia solo una bufala gazzettiera, che il sindaco Pizzarotti vorrebbe contribuire, con qualche decina di migliaia di euro, prelevati dalle tasche esauste dei contribuenti parmigiani, a questo accanimento terapeutico voluto dai suoi amici (e burattinai) dell'Unione Industriali.
E ciò nonostante casse comunali così vuote da non permettergli di continuare a garantire i servizi essenziali ai disabili o qualche piccolo contributo alle fasce più deboli e indifese dei cittadini che in questo momento stanno tirando la cinghia e soffrendo le conseguenze di una crisi che pare non avere sbocchi.
La notizia più clamorosa è, a mio avviso, quella che anche i vertici del foglio mortuario degli industriali (alias Gazzetta di Parma) si sono finalmente resi conto che questa loro creatura che chiamano giornale è poco interessante e incompleta.
E sapete, cari lettori, qual è la medicina alla quale hanno pensato di ricorrere il direttore Molossi e l'amministratore delegato Montan per rendere "interessante e completo" quello che noi abbiamo sempre definito l'organo di disinformazione di massa dei parmigiani? Semplice. Anzi, elementare: sostituire i giornalisti con i giornalai.
Sì, avete capito bene, cari lettori, una cinquantina di giornalisti professionisti e qualche centinaio di collaboratori non riescono a rendere "interessante e completo" il foglio funerario di via Mantova. E allora ecco estrarre dal cilindro il colpo della genialità: sostituire questi scribacchini di professione, che, tra l'altro, hanno anche il brutto vizio di pretendere di essere pagati, con gli edicolanti, cioè i rivenditori non solo del foglio mortuario, ma anche del nostro piccolo grande giornale. Dai giornalisti ai giornalai, dunque. Questa la miracolosa medicina inventata dai vertici gazzettieri per uscire da uno stato di crisi, proclamato ufficialmente nel settembre 2013, ma risalente a molti anni prima e concretizzato in una drammatica fuga di lettori che hanno abbandonato in massa in pochi anni un giornale che ai tempi di Baldassarre Molossi tirava oltre cinquantamila copie.
Il primo tentativo di bloccare questa diserzione di massa è stato il ricorso più naturale per un foglio cimiteriale: rianimare i morti. Cioè sostituire quelle facce smorte, tristi, piuttosto depresse dei defunti in bianco e nero con quelle sgargianti, sorridenti, soddisfatte, quasi euforiche, dei de cuius a colori.
Niente da fare. Il rimedio, evidentemente non è servito a nulla. Non solo non ha guarito l'ammalato, ma ha aggravato il suo stato di salute facendo incazzare la parte più intelligente e democratica dei pochi lettori rimasti che si era convinta che di fronte alla morte fossimo tutti uguali e che, almeno al momento dell'addio, non dovessero esserci distinzioni fra morti di serie A e morti di serie B.
Ecco allora l'estremo tentativo di rianimare questo foglio facendolo scrivere anziche ai giornalisti ai giornalai.
L'idea, devo dire la verità, mi sembra buona. Anche se un po' vecchiotta. Noi della Voce, infatti, da sempre otteniamo le migliori notizie, gli scoop più clamorosi, proprio dai nostri amici edicolanti. Sono loro, assieme ai nostri lettori, che da sempre scrivono i migliori pezzi su questo nostro piccolo grande giornale.
E l'ultimo scoop che ci hanno offerto su un piatto d'argento è proprio questo: quello della clamorosa notizia che la Gazzetta anche su questo versante vuole copiarci.
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sabato 21 marzo 2015
IL CERINO ACCESO TORNATO IN MANO ALL'EX PATROPN DI PARMA CALCIO E I CREDITI DEL COMUNE
Nel mio articolo della scorsa settimana, cari lettori, anticipavo - come ovvia e inevitabile - l'evoluzione del crac Parma Calcio esternandovi la mia convinzione che con l'ex patron (che poi sia proprio un ex vi sono molti dubbi) Tommaso Ghirardi fosse tornato ad avere in mano quel cerino acceso di cui disperatamente aveva cercato di liberarsi cedendo (si fa per dire) la società sull'orlo del baratro finanziario a dei faccendieri evidentemente senza scrupoli e con la faccia di bronzo (prima Taci e poi Manenti) che hanno coperto di ridicolo nazionale e internazionale una cttà che stava ancora leccandosi le ferite degli scandali Parmalat e Comune di Parma, targati tutti Unione Parmense degli Industriali e istituti di credito.
Tommaso Ghirardi, che pensava di essersela cavata col suo improvviso ritorno al "paesello", è stato "risucchiato" dalla nuova Procura della Repubblica di Parma che lo ha subito iscritto nel registro degli indagati per il grave reato di banacrotta fraudolenta. Una Procura nuova che evidentemente ha ingranato marce e ritimi diversi da quelli soporiferi dell'era laguardiana che solo nei giorni scorsi, dopo una decina d'anni (e quando quasi tutti gli altri filoni hanno avuto esiti definitivi in Cassazione), è riuscita a portare davanti al Gip l'udienza preliminare del troncone calcistico del crac Parmalat.
Ed è ovvio che sia il Ghirardi, e non l'incredibile Manenti, pagato per rimanere col cerino in mano, a doversi far carico di una situazione debitoria di quasi 200 milioni, messa insieme in pochi anni, dopo avere ricevuto il Parma Calcio dal Tribunale completamente ripulito dei debiti dell'era Tanzi.
Così come dovrà essere il sindaco Federico Pizzarotti a spiegare ai parmigiani (questa volta senza avere l'alibi di chiamare in ballo la precedente amministrazione di Pietro Vignali) come mai abbia tollerato per anni il mancato pagamento di crediti (ora valutati e dichiarati in quasi un milione emezzo di euro) da parte del Ghirardi nel momento in cui le casse comunali erano esangui e non vi era più un euro nemmeno per chiudere le buche nelle strade o per spalare la neve dai marciapiedi.
E il Pizzarotti dovrà anche spiegare ai cittadini, senza perdersi troppo in chiacchiere con la sua parlantina che non convince più nessuno, perché ha preferito prendere provvedimenti odiosi, per mancanza di fondi, come quello di sottrarre risorse fondamentali per la vita dei disabili, anziché pretendere il pagamento dei crediti dovuti al Comune (poco importa se seppelliti e nascosti dentro a società partecipate) del Parma Calcio che, come abbiamo visto, si moltiplicano in poco tempo in modo esponenziale.
Il Pizzarotti evidentemente non si è ancora reso conto che chi lo ha votato e posto sullo scranno di primo cittadino non lo ha fatto affinché lui seguisse l'andazzo delle precedenti amministrazioni ubaldiane che, servili agli interessi e ai desiderata di lor signori e dell'Unione Industriali, associazione alla quale Ghirardi si era subito affiliato. Non si è ancora reso conto, quando ormai mancano poco più di due anni dalla fine del suo mandato, che è stato eletto, al contrario, affinché operasse una completa rottura con le passate amministrazioni che avevano portato il Comune sull'orlo del baratro finanziario proprio per compiacere le esigenze, gli affari e i desideri dei cementificatori della città.
L'illegittima costruzione del ponte nord abitato (dai fantasmi) sta lì a dimostraree l'asservimento di Ubaldi e del primo Vignali agli ordini di Via Al Ponte Caprazucca e francamente non comprendo come la nuova Procura della Repubblica (di cui ho appena tessuto gli elogi per la tempestività dimostrata nel porre sotto inchiesta la gestione Ghirardi del Parma Calcio) non si sia ancora mossa per andare a mettere il naso (e magari qualche manetta) dentro a questo mega scandalo che è costato ai cittadini enormi quantità di pubblico denaro.
Quindi non solo Ghirardi, ma anche il sindaco Pizzarotti, che tanto attivismo sta dimostrando nell'inutile tentativo di "salvare" il Parma, è rimasto col cerino acceso in mano e sarà bene che spieghi al più presto alla cittadinanza, quando sarà tornato a occuparsi degli affari del Comune, come mai un parmigiano che non riesce a pagare una multa o le tasse comunali più alte d'Italia vede piombarsi addosso Equitalia con le ganasce all'automobile, mentre il signor Ghirardi poteva permettersi di (non) pagare un debito megagalattico quando e come voleva.
I parmigiani che non riescono ad arrivare a fine mese, alle prese con la disoccupazione o la cassa integrazione, non ne possono più, caro Federico Pizzarotti, dei tuoi tentati salvataggi di squadre di calcio, di aeroporti, di stagioni operistiche e di ponti demenzialmente (e delinquenzialmente) costruiti per fare arricchire qualche cementificatore, mentre togli as essi servizi essenziali e gli fai pagare le tasse più alte d'Italia
Parma, 10 marzo 2015 N.9 / 1015
Tommaso Ghirardi, che pensava di essersela cavata col suo improvviso ritorno al "paesello", è stato "risucchiato" dalla nuova Procura della Repubblica di Parma che lo ha subito iscritto nel registro degli indagati per il grave reato di banacrotta fraudolenta. Una Procura nuova che evidentemente ha ingranato marce e ritimi diversi da quelli soporiferi dell'era laguardiana che solo nei giorni scorsi, dopo una decina d'anni (e quando quasi tutti gli altri filoni hanno avuto esiti definitivi in Cassazione), è riuscita a portare davanti al Gip l'udienza preliminare del troncone calcistico del crac Parmalat.Ed è ovvio che sia il Ghirardi, e non l'incredibile Manenti, pagato per rimanere col cerino in mano, a doversi far carico di una situazione debitoria di quasi 200 milioni, messa insieme in pochi anni, dopo avere ricevuto il Parma Calcio dal Tribunale completamente ripulito dei debiti dell'era Tanzi.
Così come dovrà essere il sindaco Federico Pizzarotti a spiegare ai parmigiani (questa volta senza avere l'alibi di chiamare in ballo la precedente amministrazione di Pietro Vignali) come mai abbia tollerato per anni il mancato pagamento di crediti (ora valutati e dichiarati in quasi un milione emezzo di euro) da parte del Ghirardi nel momento in cui le casse comunali erano esangui e non vi era più un euro nemmeno per chiudere le buche nelle strade o per spalare la neve dai marciapiedi.
E il Pizzarotti dovrà anche spiegare ai cittadini, senza perdersi troppo in chiacchiere con la sua parlantina che non convince più nessuno, perché ha preferito prendere provvedimenti odiosi, per mancanza di fondi, come quello di sottrarre risorse fondamentali per la vita dei disabili, anziché pretendere il pagamento dei crediti dovuti al Comune (poco importa se seppelliti e nascosti dentro a società partecipate) del Parma Calcio che, come abbiamo visto, si moltiplicano in poco tempo in modo esponenziale.
Il Pizzarotti evidentemente non si è ancora reso conto che chi lo ha votato e posto sullo scranno di primo cittadino non lo ha fatto affinché lui seguisse l'andazzo delle precedenti amministrazioni ubaldiane che, servili agli interessi e ai desiderata di lor signori e dell'Unione Industriali, associazione alla quale Ghirardi si era subito affiliato. Non si è ancora reso conto, quando ormai mancano poco più di due anni dalla fine del suo mandato, che è stato eletto, al contrario, affinché operasse una completa rottura con le passate amministrazioni che avevano portato il Comune sull'orlo del baratro finanziario proprio per compiacere le esigenze, gli affari e i desideri dei cementificatori della città. L'illegittima costruzione del ponte nord abitato (dai fantasmi) sta lì a dimostraree l'asservimento di Ubaldi e del primo Vignali agli ordini di Via Al Ponte Caprazucca e francamente non comprendo come la nuova Procura della Repubblica (di cui ho appena tessuto gli elogi per la tempestività dimostrata nel porre sotto inchiesta la gestione Ghirardi del Parma Calcio) non si sia ancora mossa per andare a mettere il naso (e magari qualche manetta) dentro a questo mega scandalo che è costato ai cittadini enormi quantità di pubblico denaro.
Quindi non solo Ghirardi, ma anche il sindaco Pizzarotti, che tanto attivismo sta dimostrando nell'inutile tentativo di "salvare" il Parma, è rimasto col cerino acceso in mano e sarà bene che spieghi al più presto alla cittadinanza, quando sarà tornato a occuparsi degli affari del Comune, come mai un parmigiano che non riesce a pagare una multa o le tasse comunali più alte d'Italia vede piombarsi addosso Equitalia con le ganasce all'automobile, mentre il signor Ghirardi poteva permettersi di (non) pagare un debito megagalattico quando e come voleva.I parmigiani che non riescono ad arrivare a fine mese, alle prese con la disoccupazione o la cassa integrazione, non ne possono più, caro Federico Pizzarotti, dei tuoi tentati salvataggi di squadre di calcio, di aeroporti, di stagioni operistiche e di ponti demenzialmente (e delinquenzialmente) costruiti per fare arricchire qualche cementificatore, mentre togli as essi servizi essenziali e gli fai pagare le tasse più alte d'Italia
Parma, 10 marzo 2015 N.9 / 1015
. I "PORTOGHESI" DELLA TRIBUNA VIP PAGHINO LE TRASFERTE DEL PARMA E L'ACQUA CALDA DELLE DOCCE
Ne ho viste e sentite di tutti i colori, cari lettori, nei giorni passati da tutti coloro - medici taumaturghi, apprendisti stregoni, politici acchiappavoti, ciarlatani, pennivendoli del senno di poi, sindacalisti dell'ultima ora - accorsi al capezzale del Parma calcio morente. Si è messo in moto il solito esercito di inutili rianimatori che sempre si mobilita (molti arrivano, trafelati, di corsa, anche da lontano) quando incombe la disgrazia. Ognuno a dire la sua per cercare di salvare un morituro che fin dalla precipitosa fuga del presidente Tommaso Ghirardi, un paio di mesi fa, qualsiasi mente umana sana di mente sapeva che sarebbe morto. Una fuga vergognosa e comica al tempo stesso, con l'evidente intento di lasciare ad altri in mano il cerino acceso, grazie ad una assurda catena di cessioni al prezzo di un euro a faccendieri di passaggio, in cerca di megalomane notorietà, anche a costo di uno sputtanamento universale.
Quando si accumula in pochi anni un fardello di duecento milioni di euro (quattrocento miliardi di lire, tanto per capirci meglio) di debiti, è difficile disfarsene buttandolo in un fosso lungo la strada, come fanno gli spacciatori, inseguiti dalla polizia, con il pacchetto di cocaina. E quindi la resa dei conti (quelli veri, che solo lui in questo momento ben conosce) per il buon Ghirardi si sta avvicinando, con il cerino acceso che sta per tornare inesorabilmente nelle sue mani. Perché sarà lui - non certo la sua controfigura Manenti, incredibile successore della prima sua controfigura Taci - a dover spiegare in Tribunale come abbia fatto a scavare quel buco spaventoso sotto una società - il Parma Calcio - che aveva graziosamente legalmente ricevuto ripulita dei debiti accumulati dai ragionieri di Collecchio dentro l'immenso calderone del crac Parmalat.
E sarà lui - non certo le sue acrobatiche controfigure - a dover affrontare pesanti accuse di bancarotta fraudolenta perché è difficile immaginare che una voragine come quella descritta sia stata messa insieme unicamente a seguito di una sfortunata e avversa congiuntura economica. Nessun incitamento ad un tintennar di manette, come altri ex laudatores del presidentissimo bresciano pare stiano auspicando con orgasmica eccitazione. E' certo, però, che l'ex patron del Parma questa nostra città dovrà tornare a frequentarla, nonostante il definitivo addio per rientrare al suo "paesello" e nonostante il "foglio di via" urlato dai mille tifosi incazzati che domenica scorsa hanno partecipato alla civilissima marcia sulla casa del suo braccio destro Leonardi.
Dovrà suo malgrado frequentarla ospite di alcuni di quei magistrati che ha cercato di ingraziarsi ospitandoli graziosamente nella tribuna vip del Tardini nelle partite casalinghe del Parma.
Tornando alla banda di taumaturghi accorsi al capezzale del Parma, chi più di tutti si è distinto per zelo (e per protagonismo) mi è parso il sindaco Federico Pizzarotti che pensavo fosse impegnato a tempo pieno per risolvere le grane comunali e che invece non perde occasione per fare delle comparsate televisive, intruffolandosi ovunque, come il prezzemolo. Dopo il grande successo del salvataggio dell'aeroporto di Parma in salsa cinese, attuato in tandem con il bagolone fiorentino Matteo Renzi, Federico ha speso tutto se stesso per "salvare" il Parma Calcio, in questo caso con l'intervento di fantomatici imprenditori miliardari accorsi a Parma dall'est Europa, vogliosi di sputtanare qualche centinaio di milioni di euro acquistando non una società ripulita dai debiti dopo il fallimento, ma addirittura i suoi debiti prima della procedura concorsuale. Cosa mai vista prima sulla faccia della terra.E Pizzarotti ha creduto anche a questo, partecipando addirittura ad una cena unitamente ai vertici dell'Unione Industriali, con il buon samaritano venuto da oltre Adriatico. A mio modesto parere, sarebbe meglio che il sindaco si occupasse di più degli affari dei suoi amministrati (a cominciare dalle buche nelle strade) e meno di goffi salvataggi di società private, come quelle dell'Aeroporto e del Parma Calcio, considerando anche il fatto che l'unico salvataggio che gli è riuscito finora è stato quello del Comune di Parma, scaricando vergognosamente lo spaventoso debito ereditato dalle amministrazioni ubaldiane sui cittadini e non sui poteri forti che all'accumulo di quella montagna di debito avevano contribuito.
Come dimostra chiaramente l'ex addetto stampa del Parma Calcio Gabriele Majo nell'articolo pubblicato in ultima pagina, anche un cosiddetto fallimento "pilotato" per ripartire il prossimo anno dalla serie B è una pura illusione, poiché solo un altro Manenti potrà farsi avanti per acquistare una società che comunque dovrà far fronte - e non con chiacchiere - ai debiti sportivi. E anche se ammontassero solo in 60 milioni di euro come ipotizza Majo, solo un altro Manenti sarà disposto, lo ripeto, a sborsare questa cifra per comprare una squadra di serie B.
Per evitare il replay di quanto accaduto la scorsa domenica con la sospensione della partita perché non vi è più nemmeno un euro in cassa per pagare gli stuard, qualcuno dovrebbe farsi avanti per far fronte a queste spesucce e consentire la disputa delle partite a porte aperte davanti ad un pubblico che non ha colpe e che non merita anche questa umiliazione. E questo qualcuno dovrebbe appartenere alla "grande famiglia" della Unione Industriali alla quale anche il Parma Calcio di Ghirardi si era, chissà perché, affiliato. E poi perché no, una bella colletta da parte di tutta quella schiera di fortunati che ogni domenica vedevano la partita a "sbafo" seduti e invidiati nella Tribuna Vip. A cominciare magari proprio da quei giudici che, dopo avere beneficiato per tanti anni, della generosità di Ghirardi, saranno ora gli arbitri imparziali, in Tribunale, del suo destino.
Parma, 3 marzo 2015 n. 8 / 15
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martedì 24 febbraio 2015
GAZZETTA, FOGLIO GUERRAFONDAIO E SCANDALISTICO
"Mi chiamo Elena Rosselli e sono l'insegnante della classe di canto della quale si è svolto il saggio domenica 8 u.s. nella sala parrocchiale di Sala Baganza.Premesso che, tale sala ci è stata concessa e messa a disposizione molto gentilmente, e con un solo giorno di preavviso, dal parroco Don Giovanni, volevo esprimere totale sdegno per quanto scritto e insinuato nell'articolo comparso sulla Gazzetta di Parma di oggi, in quanto ritengo che non si possano pubblicare fatti avvenuti senza prima verificarne la veridicità e le fonti, soprattutto considerando la delicatezza dell'argomento e la gravità delle accuse.
Posso confermare che le due "fidanzate" in questione, che hanno tutto il diritto di esserlo, non erano state assolutamente invitate all'evento, nè tantomeno sono cugine o parenti in alcun modo di qualcuno dei miei allievi.
Mi sento di esprimere totale solidarietà nei confronti di Don Giovanni, che si è semplicemente sentito in dovere di proteggere e difendere la vista dei molti bambini presenti alla festa, che si sono trovati loro malgrado ad assistere a scene a dir poco imbarazzanti!
L'amore è un diritto di tutti è come tale va protetto e difeso, ma di certo non può essere distorto a proprio piacimento per giustificare comportamenti di ostentato esibizionismo e strumentalizzato in finte battaglie civili o presunte tali".
In fede Elena Rosselli
Non credo siano molti, nel mondo, i quotidiani attualmente più sputtanati della Gazzetta di Parma, meglio conosciuto - e goliardicamente sfottuto - in città e provincia come "giornale dei morti".
Nell'ultimo decennio della sua monarchica direzione molossiana (tramandata di padre in figlio, come la dinastia nordcoreana dei Kim) ha toccato veramente il fondo, dilapidando quel poco di autorevolezza, di serietà e di credibilità faticosamente acquisiti nei precedenti due secoli e mezzo di monopolistica esistenza.
Chiariamoci subito. Non che sia mai stato, questo foglio, un campione della stampa libera o libertaria. Al contrario, con "diabolica" perseveranza ha sempre mantenuto nei secoli, fino ad oggi, la sua originaria funzione di foglio degli annunzi legali dei padroni della città, acquisita al tempo delle sue prime uscite murali, quando rendeva edotti i sudditi degli editti, dei decreti e delle grida dei Duchi di Parma.La moderna "vocazione" di "servile sudditanza" del foglio mortuario, che oggi viene stampato in via Mantova, nei confronti dei regnanti di turno fu raffigurata in modo mirabilmente significativo da Giuliano Molossi nel suo editoriale, scritto in occasione della caduta in disgrazia di Calisto Tanzi che, come ben si sa (e si sapeva), fino al suo arresto, fra il Natale e il capodanno 2003 per il crac Parmalat, teneva saldamente in mano le redini non solo della finanza (a capo delle due maggiori banche parmigiane aveva posto il suo commercialista e un suo dipendente) ma anche delle istituzioni politiche e amministrative della città, vergognosamente asservite (non solo nell'era ubaldiana) ai "desiderata" di lor signori.
Con coraggio e "sprezzo del pericolo" (Tanzi era rinchiuso in San Vittore) scriveva Molossi in quello che diventerà noto come il "discorso della montagna n 2" (dopo quello di Gesù, Matteo 5,1-2): "Tutti noi sapevamo che Tanzi era seduto su una montagna di debiti che aumentava ogni giorno di più". Sapevano in Gazzetta, ma tacevano e sul foglio mortuario continuavano ad essere magnificati, fino al momento del crac, i bilanci di una Parmalat decotta che proseguiva a truffare i risparmiatori rastrellando, con la complicità delle bache, denaro buono in cambio dei famigerati bond carta straccia.Da rilevare che col crac Parmalat ha cominciato ad entrare in crisi il descritto rapporto di sudditanza della politica alla imprenditoria.Una Crisi che ha raggiunto il suo apice con il rifiuto del sindaco Vignali di portare a termine il folle progetto della metropolitana, scatenando le ire del costruttore Pizzarotti e il contemporaneo blitz giudiziario che ha portato alla caduta della amministrazione vignaliana.
La successiva vittoria della scalcinata compagine grillina nelle elezioni comunali della primavera 2012 contro i candidati confindustriali Ubaldi e Bernazzoli ha per la prima volta messo in luce la totale incapacità del foglio confindustriale di influenzare il risultato elettorale e, di conseguenza, la perdità di credibilità e la fuga dei lettori.
Da qui lo sfrenato ricorso alle storiche tre "S" che da tempo immemorabile alimentano la stampa scandalistica: soldi, sangue e sesso. Ed ecco allora affiancarsi sempre più spesso al protagonismo del dio denaro, tradizionale cavallo di battaglia di questo foglio che sugli affari dei suoi padroni ha costruito le proprie fortune, fatti di sangue e di sesso, per stimolare gli istinti più retrivi e voyeristici dei propri lettori, annoiati e non più appagati ed eccitati dalla semplice lettura dei necrologi, sia pure resa più accattiavante dal look sorridente e variopinto di alcuni dipartiti.
Ed ecco, allora, conquistare prepotentemente la prima pagina qualsiasi incidentucolo stradale che abbia portato in ospedale sanguinante almeno un ferito e il tifo da stadio per le guerre. Ultimo della serie quello dell'editorialista che ha sostituito il guerrafondaio principe "dimissionario" Pino Agnetti, che l'altro giorno mi ha fatto vomitare quando ho letto i suoi incitamenti e applausi a quel ministro di Renzi deficente che voleva mandare subito il nostro esercito in Libia, perché, in preda a delirio tremens, se l'era fatta sotto dopo aver letto che i tagliagola dell'Isis volevano sbarcare in Italia e conquistare Roma e il Vaticano. Là del sangue ne scorrerebbe davvero a fiumi e il foglio mortuario si rivitalizzerebbe non poco, soprattutto se venisse sgozzato qualche soldato parmigiano.
Quanto al sesso acchiappalettori, basta andarsi a leggere la lettera della signora Elena Rosselli che introduce questo mio scritto. Ce l'ha indirizzata l'insegnante di Sala Baganza che si scaglia contro il foglio funerario degli industriali di Parma, esprimendo "totale sdegno" per l'articolo da esso pubblicato il giorno precedente col quale si inventa e monta uno scandalo sessuale, accusando di omofibia il parroco che ha allontanato dalla sala, nella quale si svolgeva un saggio di una scolaresca, una coppia di lesbiche che si esibiva in effusioni di vario genere di fronte a dei bambini.
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I CRAC “GEMELLI” PARMALAT E COOP DI VITTORIO
Quando nei giorni scorsi l'ex vigile urbano del Comune di Fidenza Renato Casetti mi è venuto a raccontare, sconsolato, l' incredibile (per lui, non certo per me) esito della sua denuncia nel 1989 alla Procura di Parma degli intrallazzi fra politici della sua Amministrazione e politici (che poi erano più o meno gli stessi) della cooperativa "rossa" Di Vittorio - oggi agli onori della cronaca per un crac finanziario, simile, anche se, ovviamente, in formato ridotto, a quello della Parmalat - ho subito pensato che la sua triste vicenda giudiziaria fu proprio la prova generale del successivo "insabbiamento", in Tribunale, dello scandalo dei ragionieri di Collecchio, quando, qualche anno dopo, nel 1994, anche quello arrivò in Procura sul tavolo del medesimo pubblico ministero, il Brancaccio.
Due scandali "gemelli" - con migliaia di cittadini truffati dei risparmi di una vita - che avrebbero potuto essere evitati se la Procura della Repubblica di Parma (in quell'epoca comandata da Giovanni Panebianco e dominata da Francesco Saverio Brancaccio) fosse intervenuta dopo essere stata messa a conoscenza, con formali denunce, delle gestioni "anomale" che porteranno poi le due società ai relativi tracolli finanziari.
Nel caso della multinazionale del latte furono alcuni senatori diessini a presentare una interrogazione parlamentare, inviata al dottor Brancaccio, con la quale informavano il Sostituto Procuratore dei finanziamenti "facili" ottenuti dalle società di Calisto Tanzi dalle due banche cittadine Cassa di Risparmio e Bancamonte, ai cui vertici lo stesso cavaliere (allora potentissimo incontrastato numero uno della imprenditoria parmense) aveva piazzato due suoi uomini di fiducia: nella prima il suo commercialista Silingardi e nella seconda il suo direttore finanziario.
Come detto è l'anno 1994 quando l'interrogazione parlamentare arriva a Brancaccio e questi conferisce - con encomiabile diligenza e solerzia - al commercialista parmigiano Mario Valla l'incarico formale di effettuare una perizia sulla
situazione finanziaria del colosso di Collecchio. Valla si mette diligentemente al lavoro e butta giù una relazione per il procuratore dalla quale emerge lo stato prefallimentare di Parmalat e della galassia delle sue società partecipate. Una fotografia dello stato disastrato delle finanze delle società di Tanzi, che arriva sul tavolo di Brancaccio nell'aprile 1997, senza però turbare più di tanto il magistrato che, un paio di mesi dopo, chiede l'archiviazione al Gip Adriano Padula il quale, ancor meno turbato del collega, concede l'archiviazione senza fiatare e senza nulla obiettare. Una archiviazione che consentirà poi ai "ragionieri" della Parmalat di sbizzarrirsi nella loro finanza creativa e inondare il mercato dei famosi bond carta straccia che sei anni dopo getteranno nella disperazione migliaia di famiglie quando si renderanno conto di avere perduto - con la fattiva complicità delle banche (al corrente dei bilanci fasulli) - i risparmi di una vita.
Si scoprirà poi che proprio in quei mesi del 1997 - a cavallo di quella archiviazione - la Cassa di Risparmio di Silingardi cominciava a concedere - ad alcuni magistrati del Tribunale di Parma - denaro al tasso incredibile del prime rate diminuito di un punto. Una concessione che puzzava di bruciato, anch'essa dal contenuto molto "creativo", visto che non si trattava di una convenzione normale aperta a tutti i giudici del Tribunale, ma una speciale elargizione ad personam solo ad alcuni di essi e ad ad alcuni altri importanti pubblici funzionari. E - ma sarà solo stato un caso - fra i fortunati beneficiati da quel denaro a basso costo vi erano anche il Brancaccio e il Padula, cioè i due autori della archiviazione della interrogazione dei senatori diessini. Entrambi costoro, poi, saranno "attenzionati" (anche grazie ai nostri solleciti) dal Csm che comminerà ad essi condanne (confermate poi dalla Cassazione) al trasferimento d'ufficio: a Brancaccio dalla Procura di Parma perché aveva continiuato a dirigere il "processo truffa" contro la nostra stampa libera, nonostante i suoi rapporti ravvicinati con la Cassa di Risparmio; e a Padula da quella di Cremona, per i viaggi da "portoghese" con la Parmatour di Tanzi.
E ora torniamo alla Di Vittorio. Le sconsolate rivelazioni dell'ex vigile del Comune di Fidenza Renato Casetti mi hanno fatto pensare, come detto, che un insabbiamento "gemello" sia stato messo in pratica qualche anno prima, riguardo proprio allo scandalo, "politico - finanziario", di questa coopertativa recentemente dichiarata fallita dal tribunale di Parma. In quel caso la denuncia dettagliata al Brancaccio di quello che accadeva non fu portata da dei parlamentari, ma da un semplice onesto cittadino che, nell'esercizio delle sue funzioni di vigile urbano, aveva scoperto indicibili "altarini.
Anche il suo esposto fece la stessa fine che sarà poi riservata alla interrogazione parlamentare sui rapporti incestuosi della Parmalat con le "sue" due banche cittadine. Una archiviazione in piena regola che permetterà anche a questa cooperativa - che avrebbe dovuto semplicemente occuparsi di procurare un alloggio popolare, a basso canone, a persone a basso reddito che non potevano permettersi il libero mercato - di trasformarsi in una banca alla quale i soci avrebbero potuto conferire i loro risparmi fidandosi di contabilità e bilanci taroccati che facevano apparire la cooperativa in buona salute finanziaria. Anche per queste famiglie il "risveglio" è stato analogo a quello dei risparmiatori della Parmalat: anche i loro denari spariti, finiti chissà dove e chissà in quali tasche.
Fine della favola. Anzi no. Mi rimane solo da dire che il vigile Casetti riceverà anche un... "premio speciale" dallo Stato per avere fatto il suo dovere nell'esercizio delle sue funzioni: un paio di anni dopo, infatti, il Tribunale di Parma lo ha condannato per avere diffamato quei politici (l'intera Giunta del Comune di Fidenza) intrallazzati con la coop. Di Vittorio. Nei suoi scritti aveva infatti osato sostenere (ovviamente una stratosferica menzogna che non stava nè in cielo nè in terra) che esisteva un "complesso sistema politico - affaristico che governava Fidenza".
E con lui quella giustizia che aveva vigliaccamente chiuso gli occhi su uno dei più grossi scandali dei colletti bianchi (o per meglio dire "rossi") parmensi, era stata giustamente inesorabile.
Rimane solo da ricordare, cari lettori, che fra i giudici che avevano giustamente condannato il pericolosissimo "delinquente" Casetti - reo di avere cercato di portare alla luce uno scandalo che ora riempiedi disperazione centinaia di famiglie di Fidenza e dintorni, vi era anche un certo Roberto Piscopo che poi farà carriera e diventerà presidente addirittura di due tribunali: quello di Reggio Emilia e quello di Parma.
E anche lui, manco a dirlo, era uno dei giudici che aveva la fortuna di potere attingere, in quegli anni, insieme alla moglie e alla figlia, ai denari della Cassa di Risparmio di Silingardi al tasso agevolatissimo del prime rate diminuita di un punto.
Due scandali "gemelli" - con migliaia di cittadini truffati dei risparmi di una vita - che avrebbero potuto essere evitati se la Procura della Repubblica di Parma (in quell'epoca comandata da Giovanni Panebianco e dominata da Francesco Saverio Brancaccio) fosse intervenuta dopo essere stata messa a conoscenza, con formali denunce, delle gestioni "anomale" che porteranno poi le due società ai relativi tracolli finanziari.
Nel caso della multinazionale del latte furono alcuni senatori diessini a presentare una interrogazione parlamentare, inviata al dottor Brancaccio, con la quale informavano il Sostituto Procuratore dei finanziamenti "facili" ottenuti dalle società di Calisto Tanzi dalle due banche cittadine Cassa di Risparmio e Bancamonte, ai cui vertici lo stesso cavaliere (allora potentissimo incontrastato numero uno della imprenditoria parmense) aveva piazzato due suoi uomini di fiducia: nella prima il suo commercialista Silingardi e nella seconda il suo direttore finanziario.
Come detto è l'anno 1994 quando l'interrogazione parlamentare arriva a Brancaccio e questi conferisce - con encomiabile diligenza e solerzia - al commercialista parmigiano Mario Valla l'incarico formale di effettuare una perizia sulla
situazione finanziaria del colosso di Collecchio. Valla si mette diligentemente al lavoro e butta giù una relazione per il procuratore dalla quale emerge lo stato prefallimentare di Parmalat e della galassia delle sue società partecipate. Una fotografia dello stato disastrato delle finanze delle società di Tanzi, che arriva sul tavolo di Brancaccio nell'aprile 1997, senza però turbare più di tanto il magistrato che, un paio di mesi dopo, chiede l'archiviazione al Gip Adriano Padula il quale, ancor meno turbato del collega, concede l'archiviazione senza fiatare e senza nulla obiettare. Una archiviazione che consentirà poi ai "ragionieri" della Parmalat di sbizzarrirsi nella loro finanza creativa e inondare il mercato dei famosi bond carta straccia che sei anni dopo getteranno nella disperazione migliaia di famiglie quando si renderanno conto di avere perduto - con la fattiva complicità delle banche (al corrente dei bilanci fasulli) - i risparmi di una vita.Si scoprirà poi che proprio in quei mesi del 1997 - a cavallo di quella archiviazione - la Cassa di Risparmio di Silingardi cominciava a concedere - ad alcuni magistrati del Tribunale di Parma - denaro al tasso incredibile del prime rate diminuito di un punto. Una concessione che puzzava di bruciato, anch'essa dal contenuto molto "creativo", visto che non si trattava di una convenzione normale aperta a tutti i giudici del Tribunale, ma una speciale elargizione ad personam solo ad alcuni di essi e ad ad alcuni altri importanti pubblici funzionari. E - ma sarà solo stato un caso - fra i fortunati beneficiati da quel denaro a basso costo vi erano anche il Brancaccio e il Padula, cioè i due autori della archiviazione della interrogazione dei senatori diessini. Entrambi costoro, poi, saranno "attenzionati" (anche grazie ai nostri solleciti) dal Csm che comminerà ad essi condanne (confermate poi dalla Cassazione) al trasferimento d'ufficio: a Brancaccio dalla Procura di Parma perché aveva continiuato a dirigere il "processo truffa" contro la nostra stampa libera, nonostante i suoi rapporti ravvicinati con la Cassa di Risparmio; e a Padula da quella di Cremona, per i viaggi da "portoghese" con la Parmatour di Tanzi.
E ora torniamo alla Di Vittorio. Le sconsolate rivelazioni dell'ex vigile del Comune di Fidenza Renato Casetti mi hanno fatto pensare, come detto, che un insabbiamento "gemello" sia stato messo in pratica qualche anno prima, riguardo proprio allo scandalo, "politico - finanziario", di questa coopertativa recentemente dichiarata fallita dal tribunale di Parma. In quel caso la denuncia dettagliata al Brancaccio di quello che accadeva non fu portata da dei parlamentari, ma da un semplice onesto cittadino che, nell'esercizio delle sue funzioni di vigile urbano, aveva scoperto indicibili "altarini.
Anche il suo esposto fece la stessa fine che sarà poi riservata alla interrogazione parlamentare sui rapporti incestuosi della Parmalat con le "sue" due banche cittadine. Una archiviazione in piena regola che permetterà anche a questa cooperativa - che avrebbe dovuto semplicemente occuparsi di procurare un alloggio popolare, a basso canone, a persone a basso reddito che non potevano permettersi il libero mercato - di trasformarsi in una banca alla quale i soci avrebbero potuto conferire i loro risparmi fidandosi di contabilità e bilanci taroccati che facevano apparire la cooperativa in buona salute finanziaria. Anche per queste famiglie il "risveglio" è stato analogo a quello dei risparmiatori della Parmalat: anche i loro denari spariti, finiti chissà dove e chissà in quali tasche.
Fine della favola. Anzi no. Mi rimane solo da dire che il vigile Casetti riceverà anche un... "premio speciale" dallo Stato per avere fatto il suo dovere nell'esercizio delle sue funzioni: un paio di anni dopo, infatti, il Tribunale di Parma lo ha condannato per avere diffamato quei politici (l'intera Giunta del Comune di Fidenza) intrallazzati con la coop. Di Vittorio. Nei suoi scritti aveva infatti osato sostenere (ovviamente una stratosferica menzogna che non stava nè in cielo nè in terra) che esisteva un "complesso sistema politico - affaristico che governava Fidenza".
E con lui quella giustizia che aveva vigliaccamente chiuso gli occhi su uno dei più grossi scandali dei colletti bianchi (o per meglio dire "rossi") parmensi, era stata giustamente inesorabile.
Rimane solo da ricordare, cari lettori, che fra i giudici che avevano giustamente condannato il pericolosissimo "delinquente" Casetti - reo di avere cercato di portare alla luce uno scandalo che ora riempiedi disperazione centinaia di famiglie di Fidenza e dintorni, vi era anche un certo Roberto Piscopo che poi farà carriera e diventerà presidente addirittura di due tribunali: quello di Reggio Emilia e quello di Parma.
E anche lui, manco a dirlo, era uno dei giudici che aveva la fortuna di potere attingere, in quegli anni, insieme alla moglie e alla figlia, ai denari della Cassa di Risparmio di Silingardi al tasso agevolatissimo del prime rate diminuita di un punto.
martedì 3 febbraio 2015
GLI INSULTI ALLA MAMMA E I PUGNI DI FRANCESCO
Mi piace poco, cari lettori, scrivere sia di questioni nazionali (che ripropongono a lettere maiuscole e con la cassa di risonanza delle ormai insopportabili trasmissioni televisive praticamente a reti unificate i teatrini locali della politica), sia i fatti internazionali, preferendo, come ben sapete, non sottrarre spazio casereccio nelle poche, ma intense, pagine di questo nostro settimanale.
I fatti di Parigi dello scorso 7 gennaio con l'uccisione dei vignettisti di Charlie Hebdo e di clienti di un supermercato ebraico, non possono rimanere senza commento e senza condanna.
Chi mi conosce, però, sa che io non posso unirmi a tutti coloro che nei giorni successivi hanno seminato odio puntando il dito contro l'Islam e le comunità islamiche che pacificamente da decenni sono entrate a far parte, a pieno titolo e con pieno reciproco vantaggio, del tessunto economico e sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Non posso unirmi, tanto per non fare nomi, agli improperi contro la religione islamica e contro i musulmani vomitati sul foglio mortuario degli industriali di Parma dal direttore e dall'editorialista massone che, mi dicono, avrebbero evocato il pugno di ferro (interventi armati?) contro gli "invasori" coranici e invocato misure restrittive delle libertà in un Paese come il nostro dove come minimo tutti siamo intercettati giorno e notte.
Commento, invece, i fatti di Parigi unendomi alle parole di un papa che mi piace sempre più e che l'altro giorno, dopo aver chiarito che non si può uccidere mai in nome di Dio e affermato che l'irrisione della fede altrui è sbagliata, ha concluso dicendo: «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Così come io, cattolico laicizzato, sarei profondamente offeso e indignato se un vignettista raffigurasse Gesù come quelli del Charli Hebdo hanno raffigurato Maometto (ad esempio a chiappe aperte, sodomizzato) ben comprendo come milioni di islamici siano rimasti offesi e turbati da rappresentazioni di questo tipo del Profeta su cui si basa la loro religione.
Anche la satira, quindi, deve avere questo limite invalicabile: quello di non offendere mai la mamma (o il papà) degli altri: e per noi Gesù Cristo e per gli islamici Maometto sono mamma e papà, cioè la fonte della nostra e della loro esistenza.
Detto questo, ritengo però che la satira c'entri poco e nulla con il terrorismo che ha insanguinato Parigi. Le radici di quell'odio così profondo fino alla soppressione di vite umane non può essere ricercata in alcuni disegni. Ma piuttosto nelle centinaia di migliaia di morti e nelle distruzioni che gli eserciti occidentali hanno seminato nel mondo arabo dopo gli attentati alle torri gemelle dell'11 settembre 2001.Per essere più chiaro, ritengo che le migliaia di potenziali terroristi sparsi per il mondo che metteranno in pericolo le nostre vite e quelle dei nostri figli nel prossimo futuro, siano figli di Bush e di quegli sciagurati governanti occidentali (italiani in testa) che hanno seguito quel presidente americano assetato di sangue nella destabilizzazione del Medio Oriente in nome di una guerra preventiva che, sfruttando la paura procurata nelle nostre popolazioni da quegli attentati, ha eliminato un dittatore (mi riferisco a saddam Hussein) che per nostro conto teneva a bada gli estremisti e i fondamentalisti e che, unico esempio in quell'area, permetteva ai cristiani di professare liberamente la propria religione.
Dopo la "liberazione" dell'Iraq, noi sciagurati, abbiamo anche "liberato", a un tiro di schioppo da casa nostra, la Libia. Altro Stato, guarda caso, dove i pozzi di petrolio sono più numerosi di quelli acquatici. Una "liberazione", questa, voluta dai francesi che non sopportavano i rapporti economici privilegiati intrattenuti dall'Italia con Gheddafi.E, incredibile a dirsi, anche a questa "liberazione" non ci siamo accodati, come sempre, per paura di perdere il posto al tavolo del vincitore.
Grazie a questi nostri lungimiranti governanti, quindi, anche noi italiani siamo in pericolo. E certamente non per le nostre radici cristiane ma per avere partecipato in giro per il mondo a uccisioni e distruzioni in nome di una civiltà remota e di una democrazia da esportare che non sono altro che le foglie di fico con le quali il nuovo imperialismo occidentale cerca di coprire le ragioni vere, quelle politiche ed economiche, che ci portano a procurare lutti e distruzioni durante le nostre "missioni di pace".
I fatti di Parigi dello scorso 7 gennaio con l'uccisione dei vignettisti di Charlie Hebdo e di clienti di un supermercato ebraico, non possono rimanere senza commento e senza condanna.
Chi mi conosce, però, sa che io non posso unirmi a tutti coloro che nei giorni successivi hanno seminato odio puntando il dito contro l'Islam e le comunità islamiche che pacificamente da decenni sono entrate a far parte, a pieno titolo e con pieno reciproco vantaggio, del tessunto economico e sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Non posso unirmi, tanto per non fare nomi, agli improperi contro la religione islamica e contro i musulmani vomitati sul foglio mortuario degli industriali di Parma dal direttore e dall'editorialista massone che, mi dicono, avrebbero evocato il pugno di ferro (interventi armati?) contro gli "invasori" coranici e invocato misure restrittive delle libertà in un Paese come il nostro dove come minimo tutti siamo intercettati giorno e notte.
Commento, invece, i fatti di Parigi unendomi alle parole di un papa che mi piace sempre più e che l'altro giorno, dopo aver chiarito che non si può uccidere mai in nome di Dio e affermato che l'irrisione della fede altrui è sbagliata, ha concluso dicendo: «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Così come io, cattolico laicizzato, sarei profondamente offeso e indignato se un vignettista raffigurasse Gesù come quelli del Charli Hebdo hanno raffigurato Maometto (ad esempio a chiappe aperte, sodomizzato) ben comprendo come milioni di islamici siano rimasti offesi e turbati da rappresentazioni di questo tipo del Profeta su cui si basa la loro religione.Anche la satira, quindi, deve avere questo limite invalicabile: quello di non offendere mai la mamma (o il papà) degli altri: e per noi Gesù Cristo e per gli islamici Maometto sono mamma e papà, cioè la fonte della nostra e della loro esistenza.
Detto questo, ritengo però che la satira c'entri poco e nulla con il terrorismo che ha insanguinato Parigi. Le radici di quell'odio così profondo fino alla soppressione di vite umane non può essere ricercata in alcuni disegni. Ma piuttosto nelle centinaia di migliaia di morti e nelle distruzioni che gli eserciti occidentali hanno seminato nel mondo arabo dopo gli attentati alle torri gemelle dell'11 settembre 2001.Per essere più chiaro, ritengo che le migliaia di potenziali terroristi sparsi per il mondo che metteranno in pericolo le nostre vite e quelle dei nostri figli nel prossimo futuro, siano figli di Bush e di quegli sciagurati governanti occidentali (italiani in testa) che hanno seguito quel presidente americano assetato di sangue nella destabilizzazione del Medio Oriente in nome di una guerra preventiva che, sfruttando la paura procurata nelle nostre popolazioni da quegli attentati, ha eliminato un dittatore (mi riferisco a saddam Hussein) che per nostro conto teneva a bada gli estremisti e i fondamentalisti e che, unico esempio in quell'area, permetteva ai cristiani di professare liberamente la propria religione.
Dopo la "liberazione" dell'Iraq, noi sciagurati, abbiamo anche "liberato", a un tiro di schioppo da casa nostra, la Libia. Altro Stato, guarda caso, dove i pozzi di petrolio sono più numerosi di quelli acquatici. Una "liberazione", questa, voluta dai francesi che non sopportavano i rapporti economici privilegiati intrattenuti dall'Italia con Gheddafi.E, incredibile a dirsi, anche a questa "liberazione" non ci siamo accodati, come sempre, per paura di perdere il posto al tavolo del vincitore.Grazie a questi nostri lungimiranti governanti, quindi, anche noi italiani siamo in pericolo. E certamente non per le nostre radici cristiane ma per avere partecipato in giro per il mondo a uccisioni e distruzioni in nome di una civiltà remota e di una democrazia da esportare che non sono altro che le foglie di fico con le quali il nuovo imperialismo occidentale cerca di coprire le ragioni vere, quelle politiche ed economiche, che ci portano a procurare lutti e distruzioni durante le nostre "missioni di pace".
venerdì 23 gennaio 2015
GIULIANO MOLOSSI, UN GIORNALISTA PER TUTTE LE STAGIONI
Ne è passata molta, cari lettori, di acqua sotto i ponti della Parma - nel frattempo aumentati con la criminale costruzione di quello a Nord, abusivo, dei "fantasmi" (che non si comprende come non sia stato ancora "attenzionato", quanto meno dopo il recente straripamento del torrente proprio in quel punto, dalla attivissima Pm anticorruzione Paola Dal Monte e non sia ancora finito in galera nessuno di coloro che lo hanno ideato, progettato e costruito) da quegli anni nei quali il signor Giuliano Molossi agiva da agente fiancheggiatore, fomentatore e ispiratore di quella portentosa macchina da guerra frettolosamente allestita fra via al Ponte Caprazucca (Unione Industriali) e piazzale Corte d'Appello (Tribunale e Procura) per debellare la nostra stampa libera che improvvisamente - sul finire del secolo scorso - era apparsa nelle edicole denunciando i copiosi affari privati coi soldi pubblici dei signorotti della città (col benestare dall'Autorità Giudiziaria) e minacciando un bisecolare monopolio della informazione o, per essere più precisi, della disinformazione, del loro foglio mortuario, alias Gazzetta di Parma.Ne è passata molta di acqua sotto i ponti da quando fra via al Ponte Caprazucca e Piazzale Corte d'Appello fu frettolosamente messa in piedi una cooperativa che aveva allestito in fretta e furia una perfetta macchina del fango. Praticamente una catena di montaggio della denigrazione per eliminare la nostra stampa libera, unico ostacolo alla colonizzazione dei vari enti pubblici (Comune e Provincia in testa), alla mercé degli interessi confindustriali, in primis dei cementificatori della città.
I padroni del Molossi ci denunciavano a raffica alla compiacente Autorità Giudiziaria (in realtà una cozzaglia di sedicenti magistrati che abbiamo poi appreso essere quasi tutti prezzolati dalla Cassa di Risparmio di Silingardi), la quale, con tutti i crismi e i timbri della legalità assumeva i provvedimenti più duri rinvenuti dentro (e fuori) i codci: condanne, perquisizioni, sequestri. E poi entrava in funzione lui, il Molossi, nella veste di spargitore del fango, specializzato tramite il fogliaccio confindustriale oltre che nell'elargire lodi sperticate ai potenti e ai loro sodali, nello sputtanare chi cercava di opporsi alla loro prepotenza.
La sua maestria nello spargere fango su di me raggiunse l'apice quando cercarono di mettermi il bavaglio con due provvedimenti giudiziari vomitevoli, degni delle migliori repubbliche delle banane, senza precedenti, dopo la caduta del ventennio fascista, nei confronti di un giornalista. Il primo doveva rappresentare il decisivo colpo al cuore con la definitiva chiusura di questa nostra "Voce di Parma" che, fra lo stupore generale (e la rabbia di lor signori), ero riuscito a fare uscire nelle edicole, praticamente senza soliuzione di continuità, dopo il blitz poliziesco giudiziario che aveva portato alla distruzione del "Giornale di Parma". Il Gip Padula mi sospese dall'Ordine dei Giornalisti per due mesi su richiesta del Pm Gigliotti per "reiterazione del reato di diffamazione" a seguito di due querele (guarda caso la prima di Guido Barilla e la seconda di Marco Rosi) reo di avere svelato ai parmigiani lo scandalo dei fondi neri della Gazzetta di Parma ("insabbiato" ovviamente dal Tribunale) con i quali Giorgio Orlandini, direttore dell'Unione Parmense degli Industriali, foraggiava - tramite bustarelle - politici e amministratori locali e nazionali, ricevendo in cambio appalti pilotati alle sue imprese. Il Molossi celebrò l'evento titolando trionfalmente: "Castellini non può fare il giornalista". L'euforia, i brindisi e i festeggiamenti in "cooperativa", però, durarono poco perché la nostra "Voce" continuò a uscire nelle edicole grazie a un bravo e coraggioso (di fegato ne occorreva non poco in quel periodo per tenere in piedi questo nostro giornale contro la furia "omicida" di questa macchina da guerra allestita per annientarci) giornalista napoletano, Maurizio Esposito, che mi sostituì alla direzione del giornale.
Il secondo provvedimento di stampo fascista - anche questo adeguatamente pubblicizzato dal Molossi - fu la mia incriminazione (seguita poi da una duplice condanna, una ad Ancona e una a Parma) per ricettazione nel cosiddetto "processo truffa". Alla cooperativa del fango industrial - giudiziaria occorreva denigrarmi con un reato infamante. E il Molossi si guardò bene dal chiarire - anche nell'interesse della categoria giornalistica a cui lui stesso apparteneva (ma evidentemente sapeva che a Parma in Tribunale lui non correva alcun rischio del genere) - che si trattava di "ricettazione di notizie" (la pubblicazione di estratti conto di un prefetto e di due magistrati) e quindi di un reato inesistente nel codice penale italiano, come poi sanciranno, dopo molti anni, all'unisono, le Corti d'Appello di Ancona e di Bologna annullando le due condanne staliniane.
Ne è passata da quei tempi di acqua sotto i ponti della Parma. E noi, cari lettori, a dispetto di quella cooperativa industrial-giudiziaria che agiva in simbiosi mutualistica, siamo ancora qui, dopo tre lustri, a denunciare gli scandali e gli affari che i poteri forti continuano con pervicacia a fare a danno dei cittadini, continuando a intrallazzare con quei politicanti che la rivoluzione popolare "grillina" ci aveva illuso fossero stati scacciati dai palazzipubblici per sempre.
Siamo ancora qui, miracolosamente in piedi, ancora, purtroppo per loro, con la schiena dritta, dopo avere pazientemente visto passare sulla Parma - come ci hanno insegnato i cinesi - molti cadaveri di coloro che ci volevano distruggere.
Ho visto passare Adriano Padula, il giudice che mi aveva sospeso dall'Ordine dei Giornalisti, con in mano una condanna del Csm (cacciato anche da Cremona perché città troppo vicina a Parma) per essere stato foraggiato da Calisto Tanzi (uno dei padroni del Molossi) con i viaggi gratis della Parmatour. Ho visto passare Francesco Saverio Brancaccio, nero dalla rabbia per essere stato mandato via da Parma per i soldi presi dalla Cassa di Risparmio mentre pilotava sotto banco il "processo truffa", iniziato lo stesso giorno in cui lui incassava dalla banca quasi 200 milioni di lire a titolo di transazione a "luci spente" di una causa civile strumentale intentata a seguito della pubblicazione dei suoi estratti conto.
Ho visto passare l'allora presidente del Tribunale Lanfranco Mossini - che aveva raccolto lefirme in Tribunale per una incredibile richiesta di tutela al Csm contro la nostra stampa libera - mentre si recava a Salsomaggiore dal giornalista Antonio Baroni a supplicarlo di prendere il mio posto alla direzione del Giornale di Parma.
Ho visto passare Giovanni Panebianco, capo della Procura, con in mano un foglio di via, "invitato" dal Csm a togliersi di mezzo dopo il suo rinvio a giudizio a Firenze con Silingardi per corruzione in atti giudiziari e falso.
Ho visto un altro giudice che, appena arrivato a Parma, mi aveva confezionato un altro processo staliniano (anche questo annullato in Corte d'Appello), passarmi davanti, cadavere davvero, perché si era fatto saltare le cervella. Ho visto transitare sull'acqua, con le manette ai polsi, l'ex presidente della Cariparma Luciano Silingardi, elargitore di denaro a buon mercato (prestiti al tasso del prime rate diminuito di un punto) ad alcuni giudici, guarda caso tutti molto attivi nella coopertaiva industrial-giudiziaria che avrebbe dovuto distruggere la nostra stampa libera, con in tascauna condanna definitiva per bancarotta e associazione per delinquere.
Molossi, invece, è ancora lì, sempre uguale, inossidabile.
Un giornalista per tutte le stagioni. In questi tre lustri lo abbiamo visto magnificare le gesta dei due sindaci che hanno portato Parma alla rovina. Prima al servizio propagandistico della "città cantiere" di Elvio Ubaldi, ruolo nel quale sfiorò addirittura la genialità quando pubblicò le pagelle entusiaste dei parmigiani, facendo poi ridere tutta la città quando si scoprì che il "sondaggio" era un tarocco, frutto di tremila tagliandi ritagliati dal foglio mortuario confindustriale tutti compilati da un soggetto goliardico che poi fu premiato con un assessorato da Vignali. E poi, sulla stessa lunghezza d'onda, i rapporti camerateschi con Vignali, prima della sua caduta in disgrazia per lo "sgarro" della metropolitana al re del cemento parmigiano. Basta dare un'occhiata alle intercettazioni per vedere come i due fossero in sintonia al punto di scegliere insieme anche i direttori degli altri giornali.
E c'è da dire che anche con l'attuale sindaco, dopo lo schok subito per la mancata elezione deicandidati confindustriali Ubaldi e Bernazzoli, il rapporto pare essersi ripristinato sugli antichi standard.
Molossi, quindi, è ancora lì e sempre pronto ad attivare la sua macchina del fango. La condanna che gli hanno rifilato la scorsa settimana in Tribunale per violazione della privacy di una prostituta (non è la prima volta, tra l'altro, che incappa in simili censure: nel 2009 fu condannato in sede disciplinare dall'Ordine dei Giornalisti di Milano per avere rivelato la condizione di figlio adottivo del fratellino del piccolo Tommy) mi fa però pensare - e sperare - che non siano più molti i giudici a volere entrare in quella coopertaiva spargifango che, lungi dall'aver ottenuto la distruzione di questo nostro piccolo grande giornale (come si può toccare con mano leggendo queste mie righe) ha procurato qualche danno a qualcuno (non a tutti, purtroppo, ma noi, come i cinesi, siamo sempre lì a guardare quello che passa lungo il torrente) di quei sedicenti magistrati che hanno in realtà gettato fango sulla loro toga e tradito il giuramento di fedeltà allo Stato per perseguire bassi interessi di bottega.
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