Nel momento in cui Ferdinando Carretta torna definitivamente libero, dopo quasi otto anni di internamento nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere e altri nove in libertà vigilata in una comunità nei pressi di Forlì (provvedimenti conseguenti alla sentenza emessa il 15 novembre 1999 dalla Corte d'Assise di Parma che lo ha ritenuto autore della uccisione il 4 agosto 1989 del padre, della madre e del fratello, assolvendolo, però, perché incapace di intendere e di volere), ripropongo il mio articolo, pubblicato sul Giornale di Parma il 10 novembre 1999, dopo la prima udienze del processo. Articolo che costrinse il presidente della Corte d'Assise Piscopo a chiamare a testimoniare Giuseppe Zavaroni, incredibilmente escluso dal Pm Brancaccio dalla lista dei testi poiché rappresentava l'unico ostacolo alla "verità" che si voleva rappresentare con quella inverosimile pagliacciata tele - giudiziaria. Dopo oltre tre lustri mentre Ferdinando torna libero di godersi il frutto della strage (la sua riapparizione immediatamente prima di essere dichiarato "morto presunto" e la sua strategia processuale finalizzata alla assoluzione per incapacità di intendere e di volere fanno pensare che tutto fosse, tranne che matto), cioè l'eredità dei suoi familiari assassinati, rimangono tutti gli interrogativi. Primo fra tutti: dove sono i tre cadaveri visto che almeno quella di averli sepolti nella discarica di Viarolo era una balla? Perché, dopo aver tolto loro la vita, vuole negare ad essi anche una cristiana sepoltura?
Incredibile. Assurdo. Allucinante. Sconvolgente. In tribunale, a Parma, nell’aula delle udienze penali, avanti a due magistrati togati e a sei giudici popolari, è stata allestita una delle rappresentazioni giudiziarie più mostruose mai viste in Italia. Una mostruosa messa in scena che non prevede, però, la esibizione del “mostro”, inventato e creato un anno fa e ora tenuto prudentemente nascosto, forse per evitare che possa difendersi e cercare di liberarsi da quella gabbia infernale che gli hanno costruito addosso.
Sto parlando, naturalmente, del dibattimento in corte d’assise a carico di Ferdinando Carretta, accusato del triplice omicidio premeditato del padre, della madre e del fratello. Un processo che esprime una abnormità giuridica mai vista prima. La difesa (un avvocato romano che si sussurra sia pagato dalla Rai) e la pubblica accusa incredibilmente abbracciati nella stessa strategia processuale: cercare di far credere alla giuria popolare che Ferdinando è “il mostro”. Che è stato lui, senza ombra di dubbio, a sterminare la sua famiglia. Con un’arma, poco più che un giocattolo, che, ha dichiarato in aula l’armaiolo che l’ha venduta, non aveva nemmeno la potenza necessaria per forare un cappotto. Per loro, accusa e difesa congiunte, è certo che Ferdinando ha fatto questo massacro. Egli, però, è colpevole ma non punibile perché è un folle incapace di intendere e di volere.
Vi saranno delle prove schiaccianti che inchiodano Ferdinando a questo ruolo di “mostro” per suggerire una strategia difensiva così al limite del suicidio, penserete voi. No, nemmeno una prova. Non ne hanno trovato nemmeno una. “Senza la sua confessione”, ha ammesso l’avvocato difensore Dinacci nel corso della prima udienza, “questo processo non si sarebbe nemmeno celebrato, perché vi è una strage che non è basata su nulla, non essendo stati trovati né i cadaveri, né l’arma del delitto, né il movente”. Anzi, il movente c’è, ha spiegato l’avvocato romano, e va ricercato nella follia di Ferdinando Carretta. Una tesi folle, a sua volta, aberrante, se consideriamo che viene teorizzata da un avvocato che anziché perseguire una assoluzione piena per l’imputato Ferdinando, sta cercando di aprirgli invece le porte del manicomio giudiziario per una decina di anni.
Ma dove sono andate a finire tutte quelle prove sbandierate dal maresciallo Manoli, dal pubblico ministero dottor Brancaccio e dalla Gazzetta di Parma? Tutte quelle “prove” che avevano spinto il direttore del giornale degli industriali ad affermare categoricamente il 30 novembre 1998: “Ferdinandoè un assassino”. Dove sono andate a finire? E tutte quelle altre che ogni giorno lo stesso quotidiano tirava fuori dalla discarica di Viarolo, dove l’unica cosa certa era invece che si sotterravano centinaia di milioni di lire del contribuente?
E vi ricordate la buffonata di quella gocciolina di sangue misto che Gazzetta e company avevano sbandierato come madre di tutte le prove perché addirittura in essa era confluito il dna di tutti gli assassinati? Adesso che siamo al dunque, davanti a una giuria popolare, di tutta questa pagliacciata non è rimasto nulla. Niente di niente.
La cosa più incredibile, però, è che dopo essersi reso conto che la pubblica accusa non ha nulla in mano per attribuire una strage a Ferdinando, l’avvocato difensore del Carretta, anziché fregarsi le mani e approfittare di questa situazione che porterebbe dritto dritto il suo assistito ad una assoluzione piena, per non aver commesso il fatto, continua ad andare avanti sulla strada già tracciata. E si unisce al Pm Brancaccio nel sostenere un teorema accusatorio che fa acqua da tutte le parti, limitandosi a chiedere la non punibilità del “mostro” per incapacità di intendere e di volere al momento del confessato famiglicidio.
L’avvocato difensore non ha dubbi. Proprio come Brancaccio è sicuro che Ferdinando è quel mostro che ha sterminato la sua famiglia. E’ un mostro perché ha confessato di esserlo. Una confessione tanto più sicura perché è stata trasmessa in diretta televisiva. Perché mai si dovrebbe rimettere in discussione ora quell’agghiacciante documento filmato? Nei confronti di una “verità” televisiva, cosa possono valere i principi giuridici vigenti in tutti gli stati di diritto dopo l’abolizione della Santa Inquisizione che affermano solennemente che le auto accuse non valgono una cicca se non supportate da riscontri oggettivi?
Sarebbe proprio un gioco da ragazzi smontarla pezzo per pezzo quella confessione. Ci riuscirebbe un qualsiasi avvocatucolo anche di primo pelo. Ma invece deve essere tenuta ferma, immutabile. E’ l’unica prova che ha in mano la pubblica accusa, è la ragion d’essere di questo processo. Non si ritiene necessario nemmeno chiamare Ferdinando in aula a ripeterla, parola per parola, davanti ai suoi giudici. Si teme forse che non se la ricordi più? O si teme forse che gli torni in mente la sua prima versione dei fatti, quella raccontata agli inquirenti a Londra, nel primo interrogatorio? Quando disse che lui è i suoi famigliari erano partiti col camper tutti insieme e che erano stati prima in Liguria e poi a Milano dove, dopo avere abbandonato il mezzo, in treno si erano recati in Svizzera per poi raggiungere, sempre tutti insieme e tutti vivi Londra? Si teme questo forse? Che torni a raccontare la verità? Una verità che, per di più, trova un impressionante riscontro nelle clamorose dichiarazioni al nostro giornale di Giuseppe Zavaroni, il quale è pronto a giurare davanti alla Corte d’Assise di avere ospitato l’intera famiglia Carretta nel suo ristorante di Sarzana, in Liguria, quindi, la prima domenica di agosto, quando cioè la strage era stata già consumata.
E’ pronto a giurarlo in corte d’assise Giuseppe Zavaroni, lo ha detto anche alla polizia. Ma non può farlo perché nessuno ha pensato di convocarlo.
Perché mai turbare l’idilliaca strategia dell’accusa e della difesa, avvinghiate nel loro amplesso contro natura, con questo supertestimone che mette in crisi la confessione di Ferdinando, cioè la “madre di tutte le prove” di questo processo?
19 maggio 2015
lunedì 27 luglio 2015
PIZZAROTTI E L’ULTIMO SCEMPIO DELLA CITTA’ CANTIERE
C'era una volta Parma.
C'era una volta una città dove il gusto del bello e della storia era un tutt'uno con il Dna dei cittadini.
Si fa un gran parlare in questa campagna elettorale delle grandi opere delle Giunte Ubaldi e Vignali e dell'immobilismo dell'ultima esperienza del centro sinistra.
Forse saremo rimasti tra i pochi nostalgici ma pensiamo che lo scorcio del Lungoparma sia uno dei più belli d'Italia, paragonabili forse a quelli di Firenze e Verona.
Non ce ne vogliamo gli architetti ma dopo aver visto il rendering dei nuovi edifici che sorgeranno nell'area dell'ex anagrafe, edifici alti 14 metri di 3 piani con attico non possiamo che parlare dell’ennesimo scempio paesaggistico di Parma, ancora peggiore perchè perpetuato ai danni del Centro Storico. Ennesimo perchè già ora è sufficiente fermarsi sul lungoparma all’altezza della Nuova Ghiaia e osservare gli edifici storici che si affacciano sull'ex parcheggio dall’altra parte del torrente su cui dovrebbero sorgere i nuovi palazzi. In quella zona, per rispetto dell’armonia architettonica degli edifici esistenti, non si dovrebbe costruire nulla.
Ma nulla, in questa città, si impara dagli errori. Eppure la copertura di Piazza Ghiaia già impedisce la visuale degli edifici storici che si affacciano sulla stessa piazza. Ci domandiamo come sia possibile che la sopraintendenza possa permettere la costruzione di questa ennesima colata di cemento e vetro che ha come unico scopo quello di sfruttare al massimo lo spazio per massimizzare i guadagni, rovinando per sempre il più famoso scorcio di Parma. Direte, l'hanno già fatto con il Ponte Nord, ma questo è molto peggio, uno scempio nel bel mezzo della parte storica della città, una vera e proprio ferita e non bastano certo le immagini di rendering con gli edifici coperti di rampicanti verdi per nasconderlo. Quando parliamo di democrazia partecipata, esiste anche la programmazione urbanistica partecipata, se i cittadini avessero visto queste immagini cosa avrebbero detto, avrebbero approvato questo progetto? Il MoVimento 5 Stelle di Parma chiede quindi a tutta la stampa della città di pubblicarne le foto a tutta pagina, che i cittadini giudichino con i loro occhi, l'ultima, speriamo, grande opera di trasformazione della città cratere.
Il Candidato Sindaco
Federico Pizzarotti
Quando mi è tornata sotto mano questa lettera che il candidato sindaco Federico Pizzarotti inviò alla stampa nel marzo 2012, sollecitando i giornali a pubblicare le foto dei palazzoni che avrebbero dovuto sorgere sulle macerie dell'ex Anagrafe, definiti "ennesimo scempio paesaggistico di Parma", mi sono domandato, cari lettori, se Federico Pizzarotti, divenuto ora sindaco di Parma, tornerebbe a firmare una missiva come quella ferocemente ostile al suo omonimo Paolo Pizzarotti, uno dei più attivi palazzinari e cementificatori di questa nostra povera città messa in ginocchio dalla demenziale (e per certi versi delinquenziale) "città cantiere" di Elvio Ubaldi, giustamente spregevolmente ribattezzata dall'allora aspirante sindaco "città cratere".
Mi sono domandato se Federico Pizzarotti riscriverebbe quelle righe dopo avere provato l'ebbrezza del potere e l'emozione di quella vergognosa (a mio giudizio, ovviamente) passeggiata - poco dopo la sua miracolosa elezione targata Beppe Grillo - fianco a fianco col suo omonimo palazzinaro in occasione della inaugurazione di ponte nord "abitato dai fantasmi", che rimane tuttora, a mio avviso, l'ineguagliato monumento alla imbecillità e allo spreco partorito dalla grandeure parmigiana del "piccolo zar di provincia".
E me lo sono domandato, soprattutto, al ricordo della entusiastica accoglienza riservata al sindaco lo scorso anno nell'assemblea dei confindustriali locali, con applausi a scena a perta che, come il bacio di Giuda, suggellavano e materializzavano il tradimento delle rivoluzionarie promesse di cambiamento esternate in campagna elettorale dall'aspirante sindaco e, quel che più conta, certificate personalmente e pubblicamente da Beppe Grillo nel corso dei suoi oceanici comizi in Piazzale della Pace. Applausi confindustriali che rappresentavano il riconoscimento del gradimento della continuità e della contiguità del nuovo primo cittadino con le amministrazioni ubaldiane completamente sottomesse ai diktat della congregazione di via al Ponte Caprazucca.
Non ci può essere sovrapposizione, unicità intellettuale, a mio avviso, cari lettori, fra l'aspirante sindaco che si scagliava contro i palazzinari che deturpavano la città con colate di cemento e il sindaco che riceve elogi e applausi da quegli stessi cementificatori che hanno portato Parma sull'orlo del baratro finanziario in simbiosi mutualistica con politici eamministrazioni pubbliche addomesticati e sottomessi ai propri interessi con enorme sperpero di pubblico denaro.
Come si può credere che quel Federico Pizzarotti che scriveva quella stupenda dichiarazione di affetto per questa nostra martoriata città sia ancora lo stesso che ora sta facendo pagare il prezzo di ponti abusivi e sbilenchi, passerelle ciclopedonali, scempi tentati o riusciti di Piazza Ghiaia e dell' Ospedale Vecchio, progetti faraonici demenziali abortiti di metropolitane e di tunnel sotto la città, truffaldine compravendite di terreni nello Spip, ecc. ecc., ecc, ai cittadini con le gabelle più alte d'Italia, anziché addebitare quell'immenso sperpero di denaro pubblico ai cementificatori che quelle opere inutili avevano voluto?
12 maggio 2015
C'era una volta una città dove il gusto del bello e della storia era un tutt'uno con il Dna dei cittadini.
Si fa un gran parlare in questa campagna elettorale delle grandi opere delle Giunte Ubaldi e Vignali e dell'immobilismo dell'ultima esperienza del centro sinistra.
Forse saremo rimasti tra i pochi nostalgici ma pensiamo che lo scorcio del Lungoparma sia uno dei più belli d'Italia, paragonabili forse a quelli di Firenze e Verona.
Non ce ne vogliamo gli architetti ma dopo aver visto il rendering dei nuovi edifici che sorgeranno nell'area dell'ex anagrafe, edifici alti 14 metri di 3 piani con attico non possiamo che parlare dell’ennesimo scempio paesaggistico di Parma, ancora peggiore perchè perpetuato ai danni del Centro Storico. Ennesimo perchè già ora è sufficiente fermarsi sul lungoparma all’altezza della Nuova Ghiaia e osservare gli edifici storici che si affacciano sull'ex parcheggio dall’altra parte del torrente su cui dovrebbero sorgere i nuovi palazzi. In quella zona, per rispetto dell’armonia architettonica degli edifici esistenti, non si dovrebbe costruire nulla.
Ma nulla, in questa città, si impara dagli errori. Eppure la copertura di Piazza Ghiaia già impedisce la visuale degli edifici storici che si affacciano sulla stessa piazza. Ci domandiamo come sia possibile che la sopraintendenza possa permettere la costruzione di questa ennesima colata di cemento e vetro che ha come unico scopo quello di sfruttare al massimo lo spazio per massimizzare i guadagni, rovinando per sempre il più famoso scorcio di Parma. Direte, l'hanno già fatto con il Ponte Nord, ma questo è molto peggio, uno scempio nel bel mezzo della parte storica della città, una vera e proprio ferita e non bastano certo le immagini di rendering con gli edifici coperti di rampicanti verdi per nasconderlo. Quando parliamo di democrazia partecipata, esiste anche la programmazione urbanistica partecipata, se i cittadini avessero visto queste immagini cosa avrebbero detto, avrebbero approvato questo progetto? Il MoVimento 5 Stelle di Parma chiede quindi a tutta la stampa della città di pubblicarne le foto a tutta pagina, che i cittadini giudichino con i loro occhi, l'ultima, speriamo, grande opera di trasformazione della città cratere.
Il Candidato Sindaco
Federico Pizzarotti
Quando mi è tornata sotto mano questa lettera che il candidato sindaco Federico Pizzarotti inviò alla stampa nel marzo 2012, sollecitando i giornali a pubblicare le foto dei palazzoni che avrebbero dovuto sorgere sulle macerie dell'ex Anagrafe, definiti "ennesimo scempio paesaggistico di Parma", mi sono domandato, cari lettori, se Federico Pizzarotti, divenuto ora sindaco di Parma, tornerebbe a firmare una missiva come quella ferocemente ostile al suo omonimo Paolo Pizzarotti, uno dei più attivi palazzinari e cementificatori di questa nostra povera città messa in ginocchio dalla demenziale (e per certi versi delinquenziale) "città cantiere" di Elvio Ubaldi, giustamente spregevolmente ribattezzata dall'allora aspirante sindaco "città cratere".
Mi sono domandato se Federico Pizzarotti riscriverebbe quelle righe dopo avere provato l'ebbrezza del potere e l'emozione di quella vergognosa (a mio giudizio, ovviamente) passeggiata - poco dopo la sua miracolosa elezione targata Beppe Grillo - fianco a fianco col suo omonimo palazzinaro in occasione della inaugurazione di ponte nord "abitato dai fantasmi", che rimane tuttora, a mio avviso, l'ineguagliato monumento alla imbecillità e allo spreco partorito dalla grandeure parmigiana del "piccolo zar di provincia".
E me lo sono domandato, soprattutto, al ricordo della entusiastica accoglienza riservata al sindaco lo scorso anno nell'assemblea dei confindustriali locali, con applausi a scena a perta che, come il bacio di Giuda, suggellavano e materializzavano il tradimento delle rivoluzionarie promesse di cambiamento esternate in campagna elettorale dall'aspirante sindaco e, quel che più conta, certificate personalmente e pubblicamente da Beppe Grillo nel corso dei suoi oceanici comizi in Piazzale della Pace. Applausi confindustriali che rappresentavano il riconoscimento del gradimento della continuità e della contiguità del nuovo primo cittadino con le amministrazioni ubaldiane completamente sottomesse ai diktat della congregazione di via al Ponte Caprazucca.
Non ci può essere sovrapposizione, unicità intellettuale, a mio avviso, cari lettori, fra l'aspirante sindaco che si scagliava contro i palazzinari che deturpavano la città con colate di cemento e il sindaco che riceve elogi e applausi da quegli stessi cementificatori che hanno portato Parma sull'orlo del baratro finanziario in simbiosi mutualistica con politici eamministrazioni pubbliche addomesticati e sottomessi ai propri interessi con enorme sperpero di pubblico denaro.
Come si può credere che quel Federico Pizzarotti che scriveva quella stupenda dichiarazione di affetto per questa nostra martoriata città sia ancora lo stesso che ora sta facendo pagare il prezzo di ponti abusivi e sbilenchi, passerelle ciclopedonali, scempi tentati o riusciti di Piazza Ghiaia e dell' Ospedale Vecchio, progetti faraonici demenziali abortiti di metropolitane e di tunnel sotto la città, truffaldine compravendite di terreni nello Spip, ecc. ecc., ecc, ai cittadini con le gabelle più alte d'Italia, anziché addebitare quell'immenso sperpero di denaro pubblico ai cementificatori che quelle opere inutili avevano voluto?
12 maggio 2015
GRANDI IDEE “BRUCIATE” DA APPRENDISTI STREGONI
Non è piacevole, per me, cari lettori, stilare un bilancio dell'amministrazione pizzarottiana tre anni dopo il miracolo di quel trionfo elettorale che tante speranze e tante illusioni aveva suscitato dopo quasi tre lustri di nauseabondi governi ubaldiani. Non è piacevole, per me, perché quando ormai il giro di boa della legislatura è abbondantemente passato, vorrei che questa mia penna potesse sprigionare gioia e raccontare una stagione passata esaltante e un programma futuro avvincente di cose ancora da fare.
E invece mi ritrovo qui a dover prendere atto, con una tristezza e un rammarico infiniti, di una irripetibile occasione perduta.
Avevo creduto nella rivoluzione grillina in modo probabilmente eccessivo, spropositato e la delusione, adesso, è molto forte e assomiglia quasi a un tradimento amoroso.
Federico Pizzarotti e i suoi volenterosi ragazzi hanno tradito in pieno le aspettative di tutti coloro che, votandoli, avevano creduto di voltare finalmente pagina nel governo di una città soggiogata dai poteri forti, dalla massoneria e dalla mafia dei colletti bianchi.
L'esordio del sindaco, per la verità, non aveva fatto presagire cambiamenti epocali. Correre a inaugurare, solo poche settimane dopo la sua elezione, un monumento alla idiozia umana come il ponte nord che può essere abitato solo da fantasmi, ultimo prodotto della megalomania ubaldiana e dello sperpero di denaro pubblico (cinquanta miliardi di lire), mi aveva fatto pensare che quanto meno la partenza fosse avvenuta col piede sbagliato. Ma il peggio doveva ancora venire. Non si trattava dell'errore del principiante, ma il primo passo verso il tradimento di quelle speranze di cambiamento che gli oceanici comizi parmigiani di Beppe Grillo avevano promesso.
Non si trattava soltanto - unica promessa mantenuta - di vedere al governo della città degli amministratori onesti. A Parma non avevamo soltanto bisogno di cacciare dei ladri dal palazzo dove si amministra la cosa pubblica.
C'era bisogno di una rivoluzione a 360 gradi. C'era bisogno di un sindaco che prendesse le distanze, con disprezzo, da chi aveva malgovernato negli anni precedenti, da chi aveva rubato e dilapidato le ricchezze della città. C'era bisogno di un sindaco che anziché cercare applausi alle assemblee confindustriali, rimediasse in quei consessi fischi e insulti per avere fatto pagare ad essi, a lor signori, i debiti procurati alle casse comunali da decenni di politiche a favore dei cementificatori e dei palazzinari cittadini. Avevamo bisogno di un sindaco che andava a cercare gli applausi fra i suoi cittadini, la gente comune, soprattutto quella più colpita dalla spaventosa crisi procurata - e forse programmata ad arte - dal capitalismo senza freni e da quella piovra finanziaria che ha bisogno di crisi cicliche per riprodursi e imporre sempre più la propria supremazia. Un sindaco che cercava fra i meno abbienti quei consensi e quegli evviva che è invece andato a raccogliere nel mondo imprenditoriale e bancario, dopo avere scaricato sulla popolazione più debole l'onere di ripianare un debito spaventoso messo insieme dalle città cantieri, dagli sperperi e dalle ruberie.
A ripianarlo saranno i parmigiani più deboli e indifesi, pagando le gabelle più alte d'Italia e subendo odiosi provvedimenti come quello della riduzione dei servizi per i disabili o delle scuuole per l'infanzia.
Per fortuna, però, il tradimento del movimento grillino è solo parmigiano perché, a livello nazionale, gli eletti in parlamento hanno saputo mantenere fede alla parola data e a mantenere la schiena dritta.
Il consenso popolare dilapidato da Federico Pizzarotti in questi tre anni di politica di appiattimento sui poteri forti lo si è toccato con mano nei giorni scorsi, quando meno del due per cento dei parmigiani è andato a votare i propri rappresentanti dei quartieri. Un clamoroso flop che rischia di distruggere sul nascere - perché attuata in malo modo da politici che paiono apprendisti stregoni - quella grande idea di rappresentanza diretta popolare che rappresenta il punto più qualificante ed elevato del movimento di Beppe Grillo.
Un sindaco che sperpera denaro in viaggi orientali per sponsorizzare i prodotti della Barilla, che promette decine di migliaia di euro per tenere in piedi un aeroporto decrepito senza passeggeri, che non chiede scusa per avere regalato quasi un milione e mezzo di euro a un industralotto venuto da Brescia per rovinare Parma Calcio, è probabilmente ritornato a godere di quel consenso (circa il 2 per cento) che aveva prima di ottenere l'appoggio e il gradimento di Beppe Grillo, anch'essi miseramente e stupidamente svaniti.
4 maggio 2015
E invece mi ritrovo qui a dover prendere atto, con una tristezza e un rammarico infiniti, di una irripetibile occasione perduta.
Avevo creduto nella rivoluzione grillina in modo probabilmente eccessivo, spropositato e la delusione, adesso, è molto forte e assomiglia quasi a un tradimento amoroso.
Federico Pizzarotti e i suoi volenterosi ragazzi hanno tradito in pieno le aspettative di tutti coloro che, votandoli, avevano creduto di voltare finalmente pagina nel governo di una città soggiogata dai poteri forti, dalla massoneria e dalla mafia dei colletti bianchi.
L'esordio del sindaco, per la verità, non aveva fatto presagire cambiamenti epocali. Correre a inaugurare, solo poche settimane dopo la sua elezione, un monumento alla idiozia umana come il ponte nord che può essere abitato solo da fantasmi, ultimo prodotto della megalomania ubaldiana e dello sperpero di denaro pubblico (cinquanta miliardi di lire), mi aveva fatto pensare che quanto meno la partenza fosse avvenuta col piede sbagliato. Ma il peggio doveva ancora venire. Non si trattava dell'errore del principiante, ma il primo passo verso il tradimento di quelle speranze di cambiamento che gli oceanici comizi parmigiani di Beppe Grillo avevano promesso.
Non si trattava soltanto - unica promessa mantenuta - di vedere al governo della città degli amministratori onesti. A Parma non avevamo soltanto bisogno di cacciare dei ladri dal palazzo dove si amministra la cosa pubblica.
C'era bisogno di una rivoluzione a 360 gradi. C'era bisogno di un sindaco che prendesse le distanze, con disprezzo, da chi aveva malgovernato negli anni precedenti, da chi aveva rubato e dilapidato le ricchezze della città. C'era bisogno di un sindaco che anziché cercare applausi alle assemblee confindustriali, rimediasse in quei consessi fischi e insulti per avere fatto pagare ad essi, a lor signori, i debiti procurati alle casse comunali da decenni di politiche a favore dei cementificatori e dei palazzinari cittadini. Avevamo bisogno di un sindaco che andava a cercare gli applausi fra i suoi cittadini, la gente comune, soprattutto quella più colpita dalla spaventosa crisi procurata - e forse programmata ad arte - dal capitalismo senza freni e da quella piovra finanziaria che ha bisogno di crisi cicliche per riprodursi e imporre sempre più la propria supremazia. Un sindaco che cercava fra i meno abbienti quei consensi e quegli evviva che è invece andato a raccogliere nel mondo imprenditoriale e bancario, dopo avere scaricato sulla popolazione più debole l'onere di ripianare un debito spaventoso messo insieme dalle città cantieri, dagli sperperi e dalle ruberie.
A ripianarlo saranno i parmigiani più deboli e indifesi, pagando le gabelle più alte d'Italia e subendo odiosi provvedimenti come quello della riduzione dei servizi per i disabili o delle scuuole per l'infanzia.
Per fortuna, però, il tradimento del movimento grillino è solo parmigiano perché, a livello nazionale, gli eletti in parlamento hanno saputo mantenere fede alla parola data e a mantenere la schiena dritta.
Il consenso popolare dilapidato da Federico Pizzarotti in questi tre anni di politica di appiattimento sui poteri forti lo si è toccato con mano nei giorni scorsi, quando meno del due per cento dei parmigiani è andato a votare i propri rappresentanti dei quartieri. Un clamoroso flop che rischia di distruggere sul nascere - perché attuata in malo modo da politici che paiono apprendisti stregoni - quella grande idea di rappresentanza diretta popolare che rappresenta il punto più qualificante ed elevato del movimento di Beppe Grillo.
Un sindaco che sperpera denaro in viaggi orientali per sponsorizzare i prodotti della Barilla, che promette decine di migliaia di euro per tenere in piedi un aeroporto decrepito senza passeggeri, che non chiede scusa per avere regalato quasi un milione e mezzo di euro a un industralotto venuto da Brescia per rovinare Parma Calcio, è probabilmente ritornato a godere di quel consenso (circa il 2 per cento) che aveva prima di ottenere l'appoggio e il gradimento di Beppe Grillo, anch'essi miseramente e stupidamente svaniti.
4 maggio 2015
giovedì 30 aprile 2015
LIBERIAMOCI DA QUELLE BANDE DI TRAFFICANTI CHE GOVERNANO UNO STATO LIBERATO DAI NOSTRI PADRI
"Anche dopo la Risurrezione di Gesù, le croci non sono diminuite, anzi la cattiveria umana, allergica all’amore, le ha moltiplicate. Ed ecco allora la vergogna della tortura a Genova nel 2001 e tuttora in Italia e in altre parti del mondo, contro credenti e innocenti. Io a Genova c’ero, vicino a don Andrea Gallo; travolti dalla massa, qualcosa di quel dramma abbiamo potuto vedere e constatare: quando c’è di mezzo il potere in divisa, non è mai colpa di nessuno, non è stato nessuno. Un’altra croce innalzata è l’odio contro i diversi, i rom in modo particolare. Anche la politica diventa ferocia e fa dire a un politico razzista: «Occorre radere al suolo tutti i campi rom». Ci si dimentica, per propaganda stupida e assurda, che 4 rom su 5 vivono in regolari abitazioni, studiano e lavorano come tutti. Ma alcuni rubano! Quanti Italiani lo fanno: è lo sport più praticato da dirigenti di azienda, da politici, da mafiosi e da tanti disonesti".
Per ricordare e onorare il settantesimo anniversario della Liberazione dall'oppressione nazifascista, prendo a prestito, questa settimana, questa bella descrizione di questa nostra Italia attinta dalla domenicale omelia del nostro Luciano Scaccaglia, che, per quanto ne so io, è rimasto per tutti questi anni fedele a quegli ideali di libertà. di democrazia e di fratellanza che ci consegnarono - con un ideale passaggio di testimone - i nostri padri che allora rischiarono la vita per affidarci uno Stato e una società fondata su quei valori universali.
E mentre scrivo queste righe mi riallaccio anche alle parole del giornalista del Corriere Aldo Cazzullo che, presentando l'altra sera un suo libro sulla Resistenza in un salotto televisivo, ha detto con rabbia: "E' una vergogna un' Italia come questa che ha tradito la lotta e il sangue versato da quegli eroi che settant'anni fa ci hanno liberati dai nazifascisti".
Anch'io, cari lettori, mi vergogno di vivere in uno Stato come questo che quegli eroi della Resistenza, quegli angeli della libertà, ci avevano consegnato pulito e depurato col loro sacrificio e col loro sangue.
Mi vergogno e chiedo perdono a quelle centinaia di migliaia di uomini e donne, che donarono alcuni degli anni più belli della loro giovinezza, per non essere riuscito ad impedire che si impadronissero di quelle loro conquiste bande di politici criminali col doppio petto e col colletto bianco che piano piano, quatti quatti, poco alla volta, un pezzetto al giorno, sono riusciti a toglierci quella libertà e quella democrazia conquistata dai nostri padri a caro prezzo.
Settant'anni dopo quel glorioso 25 aprile 1945, ci ritroviamo con una democrazia mutilata, con lo stato sociale smontato pezzo per pezzo e con libertà fondamentali come quella di espressione proclamate solo sulla carta, sui codici, ma annichilite dentro i tribunali.
Ci ritroviamo a Roma con un dittatoretto da strapazzo - autentica caricatura mussoliniana - salito al potere grazie ad una legge elettorale truffaldina, dichiarata anche formalmente incostituzionale da una manica di giudici di una Corte Costituzionale che hanno impiegato quasi vent'anni per rendersi conto che il porcellum rappresentava un insulto a quei partigiani che avevano combattuto la dittatura nazifascista perché permetteva a un manipolo di capi partito, o, per meglio dire, ad alcuni capi banda, viste le ruberie alle quali erano dedite le lroo formazioni politiche corrotte, di nominare deputati e senatori, anziché eleggerli.
Una situazione vergognosa che ci vede in Europa al primo posto della corruzione politico - amministrativa e a uno degli ultimi, nel mondo, nella classifica della libertà di stampa. E questo dittatoretto da strapazzo, che appare ogni minuto del santo giorno in televisione a divulgare il suo verbo, segue a ruota un'altro dittatoretto "democrratico" che in vent'anni di governo ha semplicemente potuto fare i cazzi suoi: leggi ad personam o per i suoi affari, le sue aziende, le sue donne.
E venendo all' orticello parmigiano, vicino a casa, la musica non è cambiata. Qui dalle nostre parti, cari lettori, mi sembra emblematica la storia di due Elvio Ubaldi di Vigatto. Il primo, coetaneo di mio padre, per liberaci ci lasciò le penne ed oggi è uno di quei martiri della Resistenza davanti ai quali tutti noi dobbiamo inchinarci. Costui lasciò in eredità la libertà e la democrazia conquistata a un altro Elvio Ubaldi da Vigatto, suo nipote. E questi, divenuto sindaco di Parma, dimenticò la retta via tracciata dallo zio e, esibendo doti e propensionii da zar e faraoni, sperperò ingenti quantità di denaro pubblico con opere assurde e inutili come la metropolitana (fortunatamente abortita) e il ponte abitato dai fantasmi a nord sulla Parma.
Settant'anni dopo la Liberazione, quindi, dobbiamo solo vergognarci e chiedere perdono agli eroi della Resistenza per avere permesso, noi, vivi e vegeti, a politicanti di ogni razza, spuntati da ogni dove come funghi, di dilapidare quel patrimonio ideale e politico conquistato in quei giorni contro l'oppressore nazifascista.
E io prima di tutti voglio dire grazie e chiedere perdono a Valentina Guidetti, quella ragazzina che nella foto grande è raffigurata in questa pagina vicino a mio padre e che morì trucidata da pugnalate nazifasciste dopo essere stata catturata mentre portava ordini ad altra formazione partigiana.
NON E' UN PONTE MA UNA NUVOLA DI VETRO CON UNA GRANDE ANIMA
"Giungiamo al termine di un percorso importante e lungo. È' un progetto doppio, perché non solo realizziamo un ponte che serve alla città, ma abbiamo evitato di fare un ponte banale, ne abbiamo voluto uno che sopra avesse funzioni, una moderna rilettura del ponte Vecchio fiorentino. Il progetto è ambizioso: Il centro dovrà divenire l'eccellenza internazionale su tutto ciò che riguarda il cibo italiano; non è quindi una struttura che creiamo solo per Parma o solo per l'Italia. Quando sarà pronto anche il progetto di dettaglio, faremo una grande presentazione agli opinion leader di Parma e non solo. D'ora in poi non si ragionerà più sul 'ponte degli scatoloni', ma su una grande nuvola di vetro, di cristallo con una grande anima".
Se i parmigiani avessero un po' di memoria, o semplicemente leggessero, oltre alla pagina dei morti, anche le altre pagine del foglio mortuario degli industriali di Parma, ricorderebbero le "canelle" (traduzione italiana dal vernacolo locale) e le commediografiche arrampicate sugli specchi che i politici inventano e raccontano loro di volta in volta per giustificare il trasferimento di denaro (detto anche prelievo forzoso gabellare) dalle loro tasche (dei cittadini) a quelle capienti dei cementificatori che hanno vinto (o vinceranno) le gare per costruire certe mega porcate ed eviterebbero di cascarci una seconda, terza, quarta volta, quando il giochino sporco inevitabilmente si ripeterà.
E la seconda volta (al massimo la terza) si recherebbero sotto i Portici del Grano, non con le pentole a far chiasso, come accaduto qualche anno fa quando cacciarono Vignali, ma coi forconi urlando: "adesso basta ladroni, stop, ci avete rotto il cazzo".
Andandolo a rileggere in questi giorni, cari lettori, devo dire che quel sermone, perdon, quella "lectio magistralis" recitata "urbi et orbi" quel 20 febbraio 2007 dal tanto compianto (dagli industriali di Parma, non certo dai cittadini vittime della sua "città cantiere") per incantare il popolo bue, ha evidenziato le uniche doti che erano rimaste un po' in ombra del piccolo zar di provincia: Ubaldi era anche un poeta, un sommo poeta, direi. Quella definizione di "nuvola di vetro con una grande anima" per nobilitare quella schifezza architettonica che poi, purtroppo si è materializzata e ora è sotto gli occhi di tutti, meriterebbe di finire scolpita in una lapide marmorea, con la foto di Elvio, da incorporare alla vetrata d'ingresso del ponte "abitato" (dai fantasmi). A futura memoria di come venivano sputtanati i soldi dei cittadini in quegli anni di fine e inizio secolo, con opere non solo inutili e obbrobriose, ma anche abusive e dannose, al solo scopo di arricchire palazzinari che in questa povera città facevano (e fanno) il bello e il cattivo tempo, grazie ad una classe politica corrotta e a un Tribunale vergognosamente asservito a quegli interessi privati.
Di Elvio Ubaldi erano noti due complessi esistenziali: non essere riuscito a laurearsi e non essere un parmigano del sasso, ma un "villan rifatto" arrivato a Parma dal vicino paesello di Vigatto. Al primo rimediava facendosi chiamare dottore. Le origini paesane gli bruciavano ancor di più. Al complesso del "paesello", della carente parmigianità doc rimediava con le grandi idee che poi si riversavano nelle grandi opere, finendo per fargli credere veramente di essersi reincarnato nei faraoni egizi..
Sì, cari lettori, Elvio pensava in grande e purtroppo per i poveri suoi sudditi non si fermava lì, ma traduceva i suoi pensieri in opere faraoniche di cui sono rimaste tracce indelebili come il maestoso ponte "fallico" (detto anche ponte Ridolini) per passare pochi metri, da una riva all'altra della Parma, a sud della città. Come la pantagruelica ciclopedonale per superare i cinque o sei metri da un lato all'altro della via Emilia. O come la fortunatamente abortita, grazie a Vignali, metropolitana che il mega cervello di quell'uomo aveva progettato per una città conigliesca, che in pochi anni avrebbe triplicato i suoi abitanti.
E, dulcis in fundo, il nostro obbrobrioso ponte nord. Perdon, quella deliziosa "nuvola di vetro con una grande anima" che in quest'anno di grazia 2015 dell'Expo e del Giubileo - tutto il mondo potrà venire ad ammirare estasiato. E non c'è dubbio che la sua mente partorì questa idea geniale per allargare al mondo una città come Parma che gli stava troppo stretta, pensando proprio all'expo universale di Milano. Doveva essere quello il suo riferimento, quando descriveva l'ambizioso progetto di un manufatto non banale, ma una "moderna rilettura del ponte Vecchio fiorentino". con al centro "l'eccellenza internazionale su tutto ciò che riguarda il cibo italiano". Un ponte che avrebbe dovuto proiettare Parma non solo in Europa (anche quella gli stava troppo stretta), ma nell'intero universo. Con l'ovvia conseguenza che "non è quindi una struttura che creiamo solo per Parma o solo per l'Italia".
In qualsiasi altra parte del mondo, udite quelle parole, lo avrebbero trattato come un visionario, preso e rinchiuso da qaulche parte per impedirgli di fare dei danni, soprattutto perché anche i bambini sapevano che non si possono costruire abitazioni negli alvei dei fiumi. A Parma, invece, quel discorso farneticante diventò un'enciclica. E la stampa padronale si scatenò facendo a gara a chi lo magnificava ed esaltava di più. Non ho voglia di andarmi a rileggerre, cari lettori, le cronache di quei giorni, ma sono certo che sulla stampa scritta e parlata si sprecarono espressioni e titoloni come: "Ubaldi proietta Parma nel futuro", oppure "Un ponte di Parma verso il mondo". "Dopo quello di Neil Armstrong sulla luna, il passo di Ubaldi nell'universo". E roba di questo genere.
Ma quello che è peggio è che da Roma, la capitale dello Stato più corrotto d'Europa, non mandarono a Parma ambulanze e barellieri, ma 25 milioni di euro per co struire un'opera abusiva, sull' alveo della Parma che è lì da vedere.
Se i parmigiani avessero un po' di memoria, o semplicemente leggessero, oltre alla pagina dei morti, anche le altre pagine del foglio mortuario degli industriali di Parma, ricorderebbero le "canelle" (traduzione italiana dal vernacolo locale) e le commediografiche arrampicate sugli specchi che i politici inventano e raccontano loro di volta in volta per giustificare il trasferimento di denaro (detto anche prelievo forzoso gabellare) dalle loro tasche (dei cittadini) a quelle capienti dei cementificatori che hanno vinto (o vinceranno) le gare per costruire certe mega porcate ed eviterebbero di cascarci una seconda, terza, quarta volta, quando il giochino sporco inevitabilmente si ripeterà.
E la seconda volta (al massimo la terza) si recherebbero sotto i Portici del Grano, non con le pentole a far chiasso, come accaduto qualche anno fa quando cacciarono Vignali, ma coi forconi urlando: "adesso basta ladroni, stop, ci avete rotto il cazzo".
Andandolo a rileggere in questi giorni, cari lettori, devo dire che quel sermone, perdon, quella "lectio magistralis" recitata "urbi et orbi" quel 20 febbraio 2007 dal tanto compianto (dagli industriali di Parma, non certo dai cittadini vittime della sua "città cantiere") per incantare il popolo bue, ha evidenziato le uniche doti che erano rimaste un po' in ombra del piccolo zar di provincia: Ubaldi era anche un poeta, un sommo poeta, direi. Quella definizione di "nuvola di vetro con una grande anima" per nobilitare quella schifezza architettonica che poi, purtroppo si è materializzata e ora è sotto gli occhi di tutti, meriterebbe di finire scolpita in una lapide marmorea, con la foto di Elvio, da incorporare alla vetrata d'ingresso del ponte "abitato" (dai fantasmi). A futura memoria di come venivano sputtanati i soldi dei cittadini in quegli anni di fine e inizio secolo, con opere non solo inutili e obbrobriose, ma anche abusive e dannose, al solo scopo di arricchire palazzinari che in questa povera città facevano (e fanno) il bello e il cattivo tempo, grazie ad una classe politica corrotta e a un Tribunale vergognosamente asservito a quegli interessi privati.
Di Elvio Ubaldi erano noti due complessi esistenziali: non essere riuscito a laurearsi e non essere un parmigano del sasso, ma un "villan rifatto" arrivato a Parma dal vicino paesello di Vigatto. Al primo rimediava facendosi chiamare dottore. Le origini paesane gli bruciavano ancor di più. Al complesso del "paesello", della carente parmigianità doc rimediava con le grandi idee che poi si riversavano nelle grandi opere, finendo per fargli credere veramente di essersi reincarnato nei faraoni egizi..
Sì, cari lettori, Elvio pensava in grande e purtroppo per i poveri suoi sudditi non si fermava lì, ma traduceva i suoi pensieri in opere faraoniche di cui sono rimaste tracce indelebili come il maestoso ponte "fallico" (detto anche ponte Ridolini) per passare pochi metri, da una riva all'altra della Parma, a sud della città. Come la pantagruelica ciclopedonale per superare i cinque o sei metri da un lato all'altro della via Emilia. O come la fortunatamente abortita, grazie a Vignali, metropolitana che il mega cervello di quell'uomo aveva progettato per una città conigliesca, che in pochi anni avrebbe triplicato i suoi abitanti.
E, dulcis in fundo, il nostro obbrobrioso ponte nord. Perdon, quella deliziosa "nuvola di vetro con una grande anima" che in quest'anno di grazia 2015 dell'Expo e del Giubileo - tutto il mondo potrà venire ad ammirare estasiato. E non c'è dubbio che la sua mente partorì questa idea geniale per allargare al mondo una città come Parma che gli stava troppo stretta, pensando proprio all'expo universale di Milano. Doveva essere quello il suo riferimento, quando descriveva l'ambizioso progetto di un manufatto non banale, ma una "moderna rilettura del ponte Vecchio fiorentino". con al centro "l'eccellenza internazionale su tutto ciò che riguarda il cibo italiano". Un ponte che avrebbe dovuto proiettare Parma non solo in Europa (anche quella gli stava troppo stretta), ma nell'intero universo. Con l'ovvia conseguenza che "non è quindi una struttura che creiamo solo per Parma o solo per l'Italia".
In qualsiasi altra parte del mondo, udite quelle parole, lo avrebbero trattato come un visionario, preso e rinchiuso da qaulche parte per impedirgli di fare dei danni, soprattutto perché anche i bambini sapevano che non si possono costruire abitazioni negli alvei dei fiumi. A Parma, invece, quel discorso farneticante diventò un'enciclica. E la stampa padronale si scatenò facendo a gara a chi lo magnificava ed esaltava di più. Non ho voglia di andarmi a rileggerre, cari lettori, le cronache di quei giorni, ma sono certo che sulla stampa scritta e parlata si sprecarono espressioni e titoloni come: "Ubaldi proietta Parma nel futuro", oppure "Un ponte di Parma verso il mondo". "Dopo quello di Neil Armstrong sulla luna, il passo di Ubaldi nell'universo". E roba di questo genere.
Ma quello che è peggio è che da Roma, la capitale dello Stato più corrotto d'Europa, non mandarono a Parma ambulanze e barellieri, ma 25 milioni di euro per co struire un'opera abusiva, sull' alveo della Parma che è lì da vedere.
UNA PASQUA TRISTE NEL PAESE DEI TAROCCHI
Sono d'accordo anch'io con l'amico dottor Ennio Mora che ritiene che anche sotto Pasqua si possa essere cattivi. E vi confesso, cari lettori, che le cose che stanno succedendo in qaesta città da un po' di anni a questa parte mi impediscono anche in questa occasione di festeggiare la Resurrezione di Cristo esternando dei buoni sentimenti.
Io non so se i parmigiani si siano assuefatti o siano sul punto di assuefarsi al marciume e al merdaio nel quale i poteri forti e la classe dirigente che detengono il potere hanno sprofondato questo ex ducato di Maria Luigia. Quello che è sicuro è che io fino ad oggi (del doman non v'è certezza), cioè fino al momento in cui scrivo queste righe in questo quindicesimo anno di vita di questo nostro piccolo grande giornale, non riesco proprio ad adattarmi. Non riesco proprio ad adeguarmi. Non riesco ad assuefarmi.
Non riesco a normalizzarmi. Non riesco a farmene una ragione. Non riesco proprio a gettare la spugna, a genuflettermi davanti a lor signori e, offrendo docilmente tutto me stesso, sia il davanti, sia il dietro, pronunciare la frase garibaldina che a loro piace tanto: "Ok, ho capito. Adesso basta. Obbedisco!"
Sarà forse perché le nefandezze accadute in questa nostra città io ve le ho dovute raccontare e descrivere settimana per settimana in questi lunghi tre lustri, senza riuscire a metabolizzarle, a digerirle. Sarà forse perché i precetti cristiani che mi ha inculcato mia mamma fin dalla culla mi impediscono di tollerare la prepotenza e la violenza dei forti nei confronti dei deboli. Sarà forse perché l'esempio di mio padre, ccomandante partigiano contro l'oppressore nazi fascista rischiando la vita quando aveva poco più di vent'anni, mi tormenta sempre di più col passare del tempo.
Saranno forse questi e altri i motivi che mi spingono ancora oggi a ribellarmi allo "statu quo nunc" (stato di fatto) che la cupola massonico - mafiosa denominata Upi (Unione Potentissimi Intoccabili), che tiene in pugno questa città, vorrebbe imporre ai propri sudditi.
Soprattutto non riesco a sopportare quel "paese dei tarocchi" nel quale lor signori hanno trasformato questa nostra città, elevandola ad esempio mondiate di malaffare e di pratiche truffaldine.
Senza l'esempio dei ragionieri della Parmalat che riuscirono a taroccare i bilanci per oltre un decennio, inducendo decine di migliaia di persone a farsi depredare i risparmi di una vita in cambio dei famigerati bond carta straccia, non sarebbe mai venuto in mente ad Elvio Ubaldi di inventare decine di società fantasma (cosiddette partecipate) ove occultare le passività, riuscendo così, grazie ad esse, ad aggirare le leggi di stabilità, a costruire sui debiti la sua inutile "città cantiere" e a taroccare i bilanci del Comune, portandolo sull'orlo del dissesto finanziario.
E senza il loro esempio (dei taroccatori della multinazionale di Collecchio e delle scatole cinesi ubaldiane) non sarebbe mai venuto in mente al faccendiere Manenti di pensare di riuscire a comprare una società di calcio come il Parma, gravata da oltre 200 milioni di debiti, prima sborsando la megagalattica cifra di un euro e poi di pagare gli stipendi milionari ai calciatori con prelievi bancari truffaldini tramite computer.
Che problema c'è?, deve avergli detto il capo banda della sua banda di truffatori. Se per tanti anni la Procura di Parma ha chiuso gli occhi sui bilanci truccati di Tanzi e su quelli quelli di Ubaldi e di Vignali e su quelli della Cooperativa Di Vittorio di Fidenza, perché dovrebbe accorgersi dei nostri trucchi che sono all'avanguardia della tecnologia cibernetica?
Una banda che deve anche aver saputo di come siano stati perseguiti penalmente in quel di Parma i truffatori di denaro pubblico sulle aree della Spip, acquistate e rivendute lo stesso giorno con surplus da capogiro a beneficio di importanti personaggi locali. E di come siano stati perseguiti (e fottuti in galera) gli amministratori comunali ideatori e committenti (il solito Ubaldi), i progettisti (un architetto politicante forzitaliota) e i costruttori (fra i quali il re del cemento parmigiano) del Ponte abitato a nord sulla Parma che, come sapevano anche i bambini, e come abbiamo scritto noi decine di vole prima che venisse edificato, era ed è illegale, illegittimo, abusivo poiché le norme vigenti vietano tassativamente di costruire abitazioni sugli alvei dei fiumi. Un'opera che solo in una città come Parma, dove operava, fino alla nomina del nuovo procuratore, un Tribunale al servizio dell'Unione Potentissimi Intoccabili, non ha visto perseguire la banda di criminali che l'hanno costruita con i soldi pubblici sottratti ai bisogni della parte più debole dei cittadini.
Con la speranza che il nuovo Procuratore si interessi finalmente di questo obrobrio architettonico abusivo.
Il neo presidente del Parma Calcio Manenti, prima di pensare di venire qui a comprare il Parma senza il becco di un quattrino, deve avere anche fatto affidamento sulla notizia, pubblicata dalla nostra Voce in esclusiva che l'appalto di una settantina di milioni, riguardante il teleriscaldamento, affidato da Enia alla Bonatti, era truccato e che la Procura della Repubblica aveva appreso in tempo reale dalle intercettazioni della Guardia di Finanza, tutte le manovre del taroccamento. Anche in questo caso senza poi muovere un dito.
Evidentemente, così come il collodiano paese dei balocchi attirava i bambini che marinavano la scuola, la fama mondiale acquisita da Parma come paese dei tarocchi attira come una calamita tutti coloro che vogliono sperimentare anche le più innovative e avveniristiche tecniche truffaldine, facendoci credere, come aveva creduto Pinocchio, di poter far crescere una pianta stracolma di euro dopo averne messo uno in una buca scavata in un prato.
Io non so se i parmigiani si siano assuefatti o siano sul punto di assuefarsi al marciume e al merdaio nel quale i poteri forti e la classe dirigente che detengono il potere hanno sprofondato questo ex ducato di Maria Luigia. Quello che è sicuro è che io fino ad oggi (del doman non v'è certezza), cioè fino al momento in cui scrivo queste righe in questo quindicesimo anno di vita di questo nostro piccolo grande giornale, non riesco proprio ad adattarmi. Non riesco proprio ad adeguarmi. Non riesco ad assuefarmi.
Non riesco a normalizzarmi. Non riesco a farmene una ragione. Non riesco proprio a gettare la spugna, a genuflettermi davanti a lor signori e, offrendo docilmente tutto me stesso, sia il davanti, sia il dietro, pronunciare la frase garibaldina che a loro piace tanto: "Ok, ho capito. Adesso basta. Obbedisco!"
Sarà forse perché le nefandezze accadute in questa nostra città io ve le ho dovute raccontare e descrivere settimana per settimana in questi lunghi tre lustri, senza riuscire a metabolizzarle, a digerirle. Sarà forse perché i precetti cristiani che mi ha inculcato mia mamma fin dalla culla mi impediscono di tollerare la prepotenza e la violenza dei forti nei confronti dei deboli. Sarà forse perché l'esempio di mio padre, ccomandante partigiano contro l'oppressore nazi fascista rischiando la vita quando aveva poco più di vent'anni, mi tormenta sempre di più col passare del tempo.
Saranno forse questi e altri i motivi che mi spingono ancora oggi a ribellarmi allo "statu quo nunc" (stato di fatto) che la cupola massonico - mafiosa denominata Upi (Unione Potentissimi Intoccabili), che tiene in pugno questa città, vorrebbe imporre ai propri sudditi.
Soprattutto non riesco a sopportare quel "paese dei tarocchi" nel quale lor signori hanno trasformato questa nostra città, elevandola ad esempio mondiate di malaffare e di pratiche truffaldine.
Senza l'esempio dei ragionieri della Parmalat che riuscirono a taroccare i bilanci per oltre un decennio, inducendo decine di migliaia di persone a farsi depredare i risparmi di una vita in cambio dei famigerati bond carta straccia, non sarebbe mai venuto in mente ad Elvio Ubaldi di inventare decine di società fantasma (cosiddette partecipate) ove occultare le passività, riuscendo così, grazie ad esse, ad aggirare le leggi di stabilità, a costruire sui debiti la sua inutile "città cantiere" e a taroccare i bilanci del Comune, portandolo sull'orlo del dissesto finanziario.
E senza il loro esempio (dei taroccatori della multinazionale di Collecchio e delle scatole cinesi ubaldiane) non sarebbe mai venuto in mente al faccendiere Manenti di pensare di riuscire a comprare una società di calcio come il Parma, gravata da oltre 200 milioni di debiti, prima sborsando la megagalattica cifra di un euro e poi di pagare gli stipendi milionari ai calciatori con prelievi bancari truffaldini tramite computer.
Che problema c'è?, deve avergli detto il capo banda della sua banda di truffatori. Se per tanti anni la Procura di Parma ha chiuso gli occhi sui bilanci truccati di Tanzi e su quelli quelli di Ubaldi e di Vignali e su quelli della Cooperativa Di Vittorio di Fidenza, perché dovrebbe accorgersi dei nostri trucchi che sono all'avanguardia della tecnologia cibernetica?
Una banda che deve anche aver saputo di come siano stati perseguiti penalmente in quel di Parma i truffatori di denaro pubblico sulle aree della Spip, acquistate e rivendute lo stesso giorno con surplus da capogiro a beneficio di importanti personaggi locali. E di come siano stati perseguiti (e fottuti in galera) gli amministratori comunali ideatori e committenti (il solito Ubaldi), i progettisti (un architetto politicante forzitaliota) e i costruttori (fra i quali il re del cemento parmigiano) del Ponte abitato a nord sulla Parma che, come sapevano anche i bambini, e come abbiamo scritto noi decine di vole prima che venisse edificato, era ed è illegale, illegittimo, abusivo poiché le norme vigenti vietano tassativamente di costruire abitazioni sugli alvei dei fiumi. Un'opera che solo in una città come Parma, dove operava, fino alla nomina del nuovo procuratore, un Tribunale al servizio dell'Unione Potentissimi Intoccabili, non ha visto perseguire la banda di criminali che l'hanno costruita con i soldi pubblici sottratti ai bisogni della parte più debole dei cittadini.
Con la speranza che il nuovo Procuratore si interessi finalmente di questo obrobrio architettonico abusivo.
Il neo presidente del Parma Calcio Manenti, prima di pensare di venire qui a comprare il Parma senza il becco di un quattrino, deve avere anche fatto affidamento sulla notizia, pubblicata dalla nostra Voce in esclusiva che l'appalto di una settantina di milioni, riguardante il teleriscaldamento, affidato da Enia alla Bonatti, era truccato e che la Procura della Repubblica aveva appreso in tempo reale dalle intercettazioni della Guardia di Finanza, tutte le manovre del taroccamento. Anche in questo caso senza poi muovere un dito.
Evidentemente, così come il collodiano paese dei balocchi attirava i bambini che marinavano la scuola, la fama mondiale acquisita da Parma come paese dei tarocchi attira come una calamita tutti coloro che vogliono sperimentare anche le più innovative e avveniristiche tecniche truffaldine, facendoci credere, come aveva creduto Pinocchio, di poter far crescere una pianta stracolma di euro dopo averne messo uno in una buca scavata in un prato.
LE ASSICURAZIONI COLLUSE COI POTERI FORTI
Non paga di avere divulgato ai propri edicolanti associati il diktat di rimuovere dalle nostre locandine un richiamo ad un articolo evidentemente sgradito al foglio mortuario degli industriali di Parma, la sedicente sinistrorsa Confesercenti ha rincarato la dose indirizzando, poco dopo, una seconda missiva contenente una demenziale giustificazione di quel vergognoso attacco alla libertà di stampa. Con in più false accuse a un "responsabile della Voce di Parma" (il sottoscritto, tanto per chiarirci) di avere intimidito e minacciato alcuni edicolanti che si erano adeguati a quel minaccioso ordine per evitare chissà quali conseguenze.
Il signor Monteverdi (come già preannunciato denunciato alle competenti autorità insieme alla sua "squadristica" associazione) evidentemente non si è ancora reso conto di quello che ha fatto, della gravità di quell'ordine censorio che non risulta avere precedenti nemmeno in questa città dominata da forze occulte massonico - mafiose che non si sono mai rassegnate alla coesistenza dei loro organi di disinformazione di massa con una stampa impossibile da addomesticare.
Le hanno provate tutte. Non sto qui ad elencarvi, cari lettori, le centinaia di volte che ho dovuto varcare i portoni dei tribunali per difendere me, il mio e vostro giornale e il mio e vostro diritto ad informarvi su quello che realmente succede in questa città, dagli attacchi e dalle denunce di quella cupola massonico - mafiosa che in tutti questi anni ci ha visto come il nemico pubblico numero. Da eliminare e annientare a tutti i costi.
Ci dovevano sopprimere perché denunciavamo i loro scandali e, soprattutto, la criminosa commistione fra interessi privati e soldi pubblici che ha fatto ingrassare palazzinari e cementificatori e portato sull'orlo del baratro finanziario il nostro Comune.
Il Ponte Nord (dei fantasmi) sulla Parma è solo l'ultimo degli eco mostri che sta a dimostrare come hanno potuto ingrassare certi costruttori con il pubblico denaro sottratto da politici corrotti ai bisogni della popolazione, specialmente di quella più debole e indifesa. Una costruzione abusiva e aberrante che in qualunque altra parte della terra avrebbe cacciato in galera politici, progettisti e costruttori e che invece ancora oggi è lì a dimostrare l'impunità garantita a certi signorotti della città da un Tribunale e una Procura collusi con i potenti e i prepotenti.
La vergognosa censura ordinata dalla Confesercenti ai suoi edicolanti associati dimostra una volta di più la collusione coi poteri forti di quella che una volta era a pieno titolo la sinistra parmigiana. Anziché difendere gli interessi dei suoi associati contro il colosso editoriale confindustriale, questa sedicente associazione sinistrorsa si scaglia, agitando la bandiera del totalitarismo, contro l'unica minuscola realtà editoriale che a mama pena scalfisce il monopolio del colosso confindustriale. Un a obrobriosa alleanza, questa, un tempo considerata contro natura, che non rappresenta certo una novità ma che si proietta sulla base dall'alto, da un partito, il Pd, che a Parma e in Emilia ha perso ogni contatto con i ceti popolari.
E la gente comune lo sa. Lo ha ben capito quando alle ultime elezioni comunali ha trombato il signor Vincenzo Bernazzoli, uomo di punta del partito democratico locale e, al tempo stesso, candidato più gradito dall'Unione Parmense Industriali. E anche quando, qualche mese fa, ha protestato contro questi faccendieri "rossi" della politica nella regione più "rossa" d'Italia, con un clamoroso sciopero elettorale.
Il signor Monteverdi (come già preannunciato denunciato alle competenti autorità insieme alla sua "squadristica" associazione) evidentemente non si è ancora reso conto di quello che ha fatto, della gravità di quell'ordine censorio che non risulta avere precedenti nemmeno in questa città dominata da forze occulte massonico - mafiose che non si sono mai rassegnate alla coesistenza dei loro organi di disinformazione di massa con una stampa impossibile da addomesticare.
Le hanno provate tutte. Non sto qui ad elencarvi, cari lettori, le centinaia di volte che ho dovuto varcare i portoni dei tribunali per difendere me, il mio e vostro giornale e il mio e vostro diritto ad informarvi su quello che realmente succede in questa città, dagli attacchi e dalle denunce di quella cupola massonico - mafiosa che in tutti questi anni ci ha visto come il nemico pubblico numero. Da eliminare e annientare a tutti i costi.
Ci dovevano sopprimere perché denunciavamo i loro scandali e, soprattutto, la criminosa commistione fra interessi privati e soldi pubblici che ha fatto ingrassare palazzinari e cementificatori e portato sull'orlo del baratro finanziario il nostro Comune.
Il Ponte Nord (dei fantasmi) sulla Parma è solo l'ultimo degli eco mostri che sta a dimostrare come hanno potuto ingrassare certi costruttori con il pubblico denaro sottratto da politici corrotti ai bisogni della popolazione, specialmente di quella più debole e indifesa. Una costruzione abusiva e aberrante che in qualunque altra parte della terra avrebbe cacciato in galera politici, progettisti e costruttori e che invece ancora oggi è lì a dimostrare l'impunità garantita a certi signorotti della città da un Tribunale e una Procura collusi con i potenti e i prepotenti.
La vergognosa censura ordinata dalla Confesercenti ai suoi edicolanti associati dimostra una volta di più la collusione coi poteri forti di quella che una volta era a pieno titolo la sinistra parmigiana. Anziché difendere gli interessi dei suoi associati contro il colosso editoriale confindustriale, questa sedicente associazione sinistrorsa si scaglia, agitando la bandiera del totalitarismo, contro l'unica minuscola realtà editoriale che a mama pena scalfisce il monopolio del colosso confindustriale. Un a obrobriosa alleanza, questa, un tempo considerata contro natura, che non rappresenta certo una novità ma che si proietta sulla base dall'alto, da un partito, il Pd, che a Parma e in Emilia ha perso ogni contatto con i ceti popolari.
E la gente comune lo sa. Lo ha ben capito quando alle ultime elezioni comunali ha trombato il signor Vincenzo Bernazzoli, uomo di punta del partito democratico locale e, al tempo stesso, candidato più gradito dall'Unione Parmense Industriali. E anche quando, qualche mese fa, ha protestato contro questi faccendieri "rossi" della politica nella regione più "rossa" d'Italia, con un clamoroso sciopero elettorale.
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